Le amministrazioni comunali e il pensiero lungo su spazi verdi, gioco e vivibilità urbana

Basta attraversare un centro delle Marche in un pomeriggio feriale per notare un dettaglio che raramente arriva nei resoconti dei consigli comunali. I bambini, nelle piazze e nei quartieri residenziali, si vedono sempre meno. Non perché siano scomparsi, ma perché gli spazi che un tempo li accoglievano – un cortile condiviso, un vicolo senza traffico, un'aiuola su cui sedersi – si sono ristretti, o sono stati pensati per altro. Per il passaggio delle auto, per la sosta, per un decoro urbano che scambia l'ordine con la vivibilità. Questa trasformazione non è un incidente. È l'esito di scelte che si sommano nel tempo: un piano regolatore che privilegia i parcheggi, un bilancio che rimanda la manutenzione del verde pubblico, un progetto di riqualificazione che immagina la piazza come vetrina fotografica più che come luogo di incontro. Più della buona volontà dei singoli amministratori, quasi sempre presente, è l'orizzonte temporale a mancare. I Comuni italiani hanno oggi gli strumenti per progettare città che considerino l'infanzia una categoria di cittadini a pieno titolo?

Il bambino come metro di misura

Francesco Tonucci scrisse già negli anni Novanta, dopo aver avviato a Fano il progetto "La città dei bambini", che le città vanno progettate avendo come riferimento il bambino di otto anni, non l'automobilista adulto (Tonucci, 1996). Se una città è vivibile per un bambino che si muove da solo, lo sarà per chiunque altro. Da quella intuizione nacque una rete internazionale di amministrazioni che, negli anni successivi, sperimentò consigli comunali dei ragazzi, percorsi casa-scuola senza accompagnamento adulto, revisione dei piani del traffico attorno alle scuole. Dove queste pratiche sono state applicate con continuità hanno prodotto risultati misurabili, come dimostrano i dati sulla mobilità autonoma raccolti in alcune città che vi hanno investito per oltre un decennio. Dove, invece, sono state adottate solo per aderire a un bando regionale, si sono esaurite nel giro di un mandato, lasciando poche tracce oltre a una targa sul sito istituzionale.

Questo scarto tra adesione formale e trasformazione reale segnala il problema di fondo. La pianificazione orientata all'infanzia richiede un orizzonte che supera il ciclo elettorale, mentre gli incentivi politici premiano interventi visibili nel breve periodo (l'inaugurazione, il taglio del nastro) più dell'investimento continuativo che la cura del verde richiederebbe.

A Riparbella (PI), il Comune ha realizzato cinque cartelli disegnati dai bambini della scuola Marconi, inaugurati l'8 giugno 2023 con il coinvolgimento del consiglio comunale dei ragazzi. Fonte: La Nazione, 6 giugno 2023

Una città che si può ancora abitare giocando

C'è un'immagine che il pedagogista Roberto Farné usa per descrivere ciò che si è perso. La città, storicamente, è stata un campo giochi fatto di cortili, strade, aree verdi, zone appartate, spazi che bambini e ragazzi colonizzavano con una socialità che era parte della loro formazione. Oggi l'infanzia urbana vive, per usare le sue parole, "agli arresti domiciliari e scolastici" – impossibilitata a muoversi liberamente nel territorio se non sotto sorveglianza costante, privata di quel "senso dell'avventura" che comprende le esperienze dove "correre il rischio" fa parte del gioco (Farné, 2017, p. 165). Gli spazi verdi, quando progettati con questa consapevolezza, smettono di essere parchi giochi a moduli prefabbricati identici da un capo all'altro della penisola. Diventano ambienti sufficientemente vari da permettere l'invenzione di regole proprie. Un quartiere che mescola residenza, commercio e verde attrezzato genera vita di strada, e con essa occhi vigili sui bambini che giocano. Un quartiere pensato per funzioni separate, per quanto recintato e sorvegliato possa apparire sulla carta, perde questa rete di sicurezza informale.

L'ascolto che conta e quello che non conta

Le ricerche più recenti condotte sul campo confermano quanto sia diversa la percezione dei bambini rispetto a quella degli adulti quando si tratta di città. Fabrizio d'Aniello, analizzando le interviste raccolte durante il festival dell'educazione Scarabò a Macerata, ha osservato come i bambini coinvolti tendano spontaneamente a ripensare gli spazi urbani in chiave relazionale, insistendo sul valore del fare le cose insieme più che sulla dotazione di attrezzature (d'Aniello, 2020). È un dato che rimette in discussione l'idea, ancora diffusa tra chi progetta il verde pubblico, che basti installare giochi e panchine per rendere un luogo accogliente per l'infanzia.

Il punto che distingue le esperienze amministrative più solide dalle altre riguarda proprio la continuità di questo ascolto. Chiedere l'opinione dei bambini attraverso un questionario occasionale, senza che questa incida sulle decisioni successive, produce un simulacro di partecipazione che i più giovani imparano presto a riconoscere come tale. Il pensiero lungo di un'amministrazione si misura dalla capacità delle proprie iniziative di sopravvivere al cambio di giunta, diventando pratica ordinaria piuttosto che restare progetto isolato legato a un finanziamento straordinario.

Il Comune di Genova ha aderito al progetto "Biofear", dedicato alla depavimentazione di cortili scolastici e aree gioco per rafforzare il rapporto dei bambini con gli spazi naturali. Fonte: GenovaQuotidiana, 23 maggio 2026

Il suolo che si può restituire

C'è un livello ancora più concreto su cui un'amministrazione può intervenire, ed è quello del suolo stesso. Molti degli spazi che oggi risultano preclusi al gioco non sono verdi mancanti, sono asfalto in eccesso. Vecchi parcheggi sovradimensionati, slarghi residuali, cortili scolastici quasi interamente pavimentati, aree intorno a edifici pubblici che nessuno ha mai davvero progettato. Superfici che, cambiando la loro gestione, potrebbero tornare permeabili e utilizzabili senza bisogno di nuove espropriazioni o investimenti fondiari. Genova ha fatto da apripista su questo fronte. Con una delibera approvata a marzo 2026, la giunta comunale ha inserito nel proprio Piano urbanistico la depavimentazione come criterio ordinario di governo del territorio, riconoscendo suolo e verde come infrastrutture ecosistemiche e legando gli interventi anche a incentivi urbanistici. Non si tratta di rimuovere asfalto in astratto, ma di individuare dove quella superficie è stata sigillata inutilmente, per restituirla a un uso permeabile e vivibile. Per gli spazi pensati per l'infanzia questo cambia qualcosa di sostanziale. Un cortile scolastico depavimentato, con alberi che possono davvero attecchire e superfici che assorbono acqua invece di trattenere calore, è uno spazio che si può abitare per più mesi l'anno e in condizioni climatiche molto diverse da quelle di un piazzale asfaltato. La stessa area, senza spendere in nuovi terreni, cambia funzione semplicemente cambiando la sua gestione. È un intervento che richiede meno risorse di un nuovo parco e meno tempo di una variante urbanistica complessa, ma che presuppone la volontà di guardare al patrimonio pubblico esistente non come a un dato di fatto, ma come a qualcosa di modificabile.

Restituire fiducia, non solo strutture

C'è infine un aspetto che riguarda meno l'urbanistica e più la cultura diffusa che la sostiene. Anche quando un Comune investe in un parco ben progettato, l'effetto resta parziale se le famiglie continuano a percepire come rischioso lasciare che i figli raggiungano da soli un giardino pubblico a poche centinaia di metri da casa. La distanza non è cambiata, è cambiata la soglia collettiva di ciò che viene considerato accettabile. Le amministrazioni più attente hanno cominciato a lavorare anche su questo, con percorsi sicuri casa-scuola accompagnati da adulti a rotazione. Non tanto per sorvegliare, quanto per restituire progressivamente a bambini e famiglie la fiducia necessaria a riappropriarsi degli spazi comuni.

Pensare lungo, per un Comune, significa tenere insieme tre piani troppo spesso trattati separatamente. La progettazione fisica degli spazi verdi e ludici, la partecipazione reale di bambini e ragazzi alle scelte che li riguardano, il tempo dei bilanci pluriennali e della manutenzione costante che nessun taglio di nastro può sostituire. È una scommessa politicamente poco remunerativa nel breve periodo, ma resta probabilmente l'unica capace di restituire alle nostre città quella qualità che le rende più abitabili, per tutti.

Riferimenti bibliografici:

d'Aniello, F. (2020). Insieme è meglio. Riflessioni pedagogiche sul caso "Scarabò. Una città per educare". Education Sciences & Society, 11(2), 129–154.

Farné, R. (2017). Play and the city. Ricerche di Pedagogia e Didattica, 12(1), 165–173.

Redazione La Sicilia. (2026, 11 maggio). Genova rompe l'asfalto, come funziona la depavimentazione urbana e quali effetti ha sulle città. La Sicilia. https://www.lasicilia.it/news/italia-mondo/3039386/genova-rompe-l-asfalto-come-funziona-la-depavimentazione-urbana-e-quali-effetti-ha-sulle-citta.html

Tonucci, F. (1996). La città dei bambini: Un modo nuovo di pensare la città. Laterza.

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