Qual è la prima immagine che vi salta in mente quando sentite parlare di "Arte"? Qual è il significato che ognuno di voi coglie da questa parola? Un termine così comune nel linguaggio quotidiano ma allo stesso tempo così intricato da definire, pieno di sfumature e soprattutto soggetto alle mutazioni spazio-temporali che è impossibile individuarne una definizione universalmente corretta.
Cos'é "Arte"? Un dipinto? Un monumento? Un palazzo? Quali sono le caratteristiche principali che un oggetto deve possedere per far sì che venga classificato come opera d'Arte e non semplicemente come un manufatto realizzato dall'uomo per un qualsivoglia scopo (ad esempio una sedia)? Credo sia pensiero comune che il termine vada analizzato cambiando costantemente il punto di vista.
Per fare ciò, non avendo intenzione di sostituirmi ad alcun grande personaggio né di esprimere concetti senza fondamenti voglio avvalermi delle considerazioni di uno dei più illustri storici dell'arte del secolo scorso, il Prof. Ernst H. Gombrich. I suoi pensieri ed il modo di esaminare il caso nel libro "La storia dell'Arte" ci permetteranno di iniziare a sviluppare il nostro senso critico e di illuminarci la strada, almeno inizialmente, verso un argomento tanto vasto che non basterebbe neanche la Biblioteca di Alessandria d'Egitto (se fosse ancora esistente) per arrivare ad una conclusione definitiva della nostra analisi di partenza.
Iniziamo prima di tutto focalizzandoci sull'etimologia del termine. L'Arte, che deriva dal latino "Ars", era considerata originariamente la capacità di produrre qualcosa con ordine, in maniera armonica e strutturata. Ciò vuol dire che era ritenuta un'abilità connessa alla matematica, a regole ben precise, alla tecnica e al fare manuale. L'evoluzione del concetto in chiave moderna si evidenzia a partire dal Settecento, quando al mondo della logica e della manualità si affianca quello dei sensi e della percezione introdotto dal nuovo concetto di Estetica di A. G. Baumgarten (a partire dal quale prenderà poi il via, nel secolo successivo, il movimento del Romanticismo). Questo studio filosofico legato alla concezione del bello, del gusto, del sublime, tuttavia, viveva già nel mondo classico molti secoli prima di Baumgarten ma non era definito da una terminologia vera e propria. Ebbene lui conia, partendo dal termine greco antico "aisthesis" , la nuova scienza della conoscenza sensibile: la Aesthetica.
Ma ritorniamo ora al Prof. Gombrich. Nelle prime righe con le quali inizia il suo testo egli afferma con decisione che non esista, in realtà, una cosa chiamata arte con la A maiuscola ma esistano solamente gli artisti, ovvero uomini che un tempo con terra colorata tracciavano immagini di bisonti sulle pareti delle caverne e oggi invece acquistano i colori e disegnano gli affissi pubblicitari. Non sappiamo come sia nata l'arte e se intendiamo per arte certe attività come la costruzione di templi e case, la creazione di pitture e sculture o la tessitura di stoffe, non c'è al mondo popolo che non sia artista. Se, d'altra parte, intendiamo per arte qualcosa di raro e interessante di cui godere nei musei e nelle mostre, va riconosciuto che questa accezione della parola è stata introdotta solo di recente. Sovente, infatti, nel passato sculture e dipinti non venivano considerati pure opere d'arte, bensì oggetti con una determinata funzione. E' strettamente necessario, infatti, immedesimarci nel pensiero dell'epoca poiché per noi sarebbe difficile comprendere l'arte del passato se fossimo del tutto ignari degli scopi cui doveva servire.
Gombrich ci offre un esempio molto interessante, viaggiando tra i popoli che vengono ancora oggi definiti "primitivi", su come pitture e sculture siano usate in funzione esclusivamente magica poiché le immagini, per queste tribù d'oltreoceano tanto quanto i nostri remoti progenitori, non sono considerate come qualcosa di bello da guardare o come decorazione ma come oggetti da usare, ricchi di potenza. Dal punto di vista dell'utilità, per questi primitivi non c'è differenza tra la costruzione di una capanna e la produzione di un'immagine poiché le capanne servono da riparo e dimora e le immagini come oggetto di difesa dai diversi poteri estranei. Gli artisti, inoltre, lavorano per la gente della loro tribù, che conosce esattamente il significato di ogni forma e di ogni colore e che chiede solo di dedicarsi all'esecuzione dell'opera con tutta l'abilità e la competenza possibili. E la maestria tecnica di certi artigiani tribali è davvero sorprendente. E' importante rendersi conto che non è il loro livello artistico bensì la mentalità che differisce dalla nostra ed è necessario comprenderlo poiché l'intera storia dell'arte non è la storia del progressivo perfezionamento tecnico ma del mutamento dei criteri e delle esigenze.
Ritornando in Occidente e focalizzandoci su qualche secolo addietro, Gombrich ci fa notare come ciò che oggi siamo soliti definire "un'opera d'arte" non sia stato il risultato di un'attività misteriosa bensì un oggetto fatto dall'uomo per l'uomo. La maggior parte dei quadri appesi nei musei e delle sculture che si trovano nelle gallerie non erano affatto destinate ad essere esposte come "opere d'arte" ma venivano create per una circostanza ben determinata e un fine preciso che l'artista aveva in mente. Originariamente essi venivano realizzati per essere toccati, maneggiati e contrattati, per essere oggetto di litigi e di preoccupazioni. Ricordiamo anche che ogni tratto era ed è ancora nella nostra contemporaneità il risultato di una decisione dell'artista e che non sempre ma molto spesso nelle sue preoccupazioni quotidiane non c'è quella di dover "esprimere le sue emozioni" o di dover sviluppare i concetti di bellezza e di espressività ma, sovente mentre dipinge una tela, elabora pensieri che fatica a tradurre in parole. Probabilmente si chiederà se sia "tutto a posto". Sì, perché egli deve combinare forme, accordare colori, armonizzare innumerevoli elementi affinché possa dire che sia tutto "a posto".
L'artista si sforza costantemente di raggiungere l'equilibrio perfetto e nonostante si sia spesso cercato di formulare leggi per il raggiungimento dell'armonia, la verità è che riesce impossibile stabilire regole generali poiché non si può mai conoscere in precedenza l'effetto che esso, in quanto artista, vuole raggiungere. Per tentare di comprendere i suoi "problemi" almeno in parte, possiamo facilmente immedesimarci in lui nelle nostre piccole attività quotidiane. Chiunque di noi avrà provato almeno una volta a disporre un mazzo di fiori mescolando e spostando le tinte, aggiungendo di qua, togliendo di là ed avrà sicuramente sperimentato lo strano piacere di equilibrare colori e forme senza saper dire esattamente che specie di armonia volesse trarne. Avrà sentito soltanto che una macchia di rosso sarebbe stata bene qui e un'altra di azzurro di là e all'improvviso un rametto di foglie avrebbe fatto apparire tutta la composizione "a posto". Quasi a tutti noi, in fondo, preme di mettere "a posto" qualcosa.
La conclusione che trae Gombrich dal suo discorso è che in genere è impossibile spiegare a parole il motivo esatto per cui ci sentiamo in presenza di una grande opera d'arte ma sicuramente più ne osserviamo e più sviluppiamo in noi la capacità di cogliere il senso dell'armonia che ogni generazione di artisti si è sforzata di raggiungere. Lasciando sempre le porte aperte, Gombrich tiene a precisare che non si finisce mai di imparare in arte bensì ci sono sempre cose nuove da scoprire e, sposando il suo pensiero, mi permetto di aggiungere che la ricerca della tanto aspirata armonia anche nella costruzione di un'opera ha a che fare direttamente con le leggi matematiche che regolano l'Universo. Il fatto che l'uomo non sia riuscito ancora ad arrivarne a conoscenza o che magari le avesse conosciute in tempi remoti e poi dimenticate, non esclude che esse siano inesistenti ma soltanto che vadano ricercate più in profondità. Dopotutto l'Arte così come l'intera vita di ognuno di noi è una costante ricerca e sforzo verso il raggiungimento di un centro di gravità permanente: l'equilibrio perfetto e immutabile.