Nei primi cento giorni di mandato, Zohran Mamdani ha iniziato a confrontarsi con una delle sfide più complesse per qualsiasi leader politico: trasformare un programma elettorale ambizioso in azione concreta, dentro una macchina amministrativa enorme come quella di New York City.
Per capire il senso di questo inizio, però, bisogna partire da chi è Mamdani. Nato nel 1991 a Kampala, in Uganda, e cresciuto negli Stati Uniti, rappresenta una figura atipica nel panorama politico americano. Prima di diventare sindaco, si era fatto conoscere come membro dell’Assemblea dello Stato di New York, costruendo la sua identità politica attorno a temi molto concreti: il costo della vita, il diritto alla casa, l’accesso ai servizi. La sua ascesa è stata rapida e sostenuta da una mobilitazione dal basso, soprattutto tra giovani e comunità urbane che si sentivano escluse dalle politiche tradizionali.
La sua elezione, nel 2025, è stata letta come una svolta. Mamdani non era solo un candidato nuovo, ma il portatore di una visione precisa: rendere New York più accessibile. Il costo della vita — dagli affitti ai trasporti — era stato il centro della sua campagna, insieme alla promessa di redistribuire risorse chiedendo di più ai più ricchi.
Una volta entrato in carica, però, il tono è cambiato.
I primi mesi sono stati segnati da un approccio più pragmatico del previsto. Mamdani ha lavorato soprattutto sull’organizzazione interna: ha fatto nomine chiave, ha riorganizzato alcuni dipartimenti e ha iniziato a mettere mano ai servizi urbani, puntando su interventi visibili ma relativamente semplici, come la manutenzione e la gestione quotidiana della città.
Accanto a questo lavoro più “silenzioso”, ha però iniziato anche a muoversi sui temi simbolo della sua campagna.
Il caso più evidente è l’introduzione di una tassa sulle seconde case di lusso, la cosiddetta “pied-à-terre tax”, che prevede una tassa annuale aggiuntiva sugli immobili residenziali di pregio con un valore superiore ai 5 milioni di dollari e non utilizzati come abitazione principale. La misura è pensata per colpire grandi patrimoni e investitori internazionali, con l’obiettivo di generare un gettito aggiuntivo di oltre 500 milioni di dollari. L’idea è quella di aumentare le entrate pubbliche colpendo una fascia molto ristretta e privilegiata, per poi utilizzare quelle risorse per finanziare servizi come trasporti e assistenza all’infanzia.
Questa misura spiega bene il modo in cui Mamdani sta cercando di governare: restare fedele alla sua impostazione politica — quindi redistribuire — ma farlo con strumenti che possano essere realisticamente approvati. Allo stesso tempo, mostra anche i limiti con cui si deve confrontare. La proposta ha infatti incontrato resistenze da parte del mondo economico e immobiliare, preoccupato per possibili effetti sugli investimenti.
In generale, nei primi cento giorni non si sono ancora viste le grandi riforme promesse in campagna elettorale. Interventi come i trasporti gratuiti o il controllo più rigido degli affitti richiedono tempi più lunghi, negoziazioni politiche e coperture economiche complesse. Più che realizzarle subito, Mamdani ha iniziato a costruire le condizioni per poterle portare avanti.
Un elemento che invece è rimasto molto simile alla campagna è la comunicazione. Il sindaco continua a usare molto i social per spiegare cosa sta facendo e per mantenere un rapporto diretto con i cittadini. Non è solo uno strumento di visibilità, ma un modo per rafforzare il consenso e rendere più comprensibili scelte che spesso sono tecniche e lente.
Il quadro che emerge, quindi, è piuttosto chiaro: Mamdani non ha rinunciato alle sue idee, ma ha dovuto adattarle ai tempi e ai vincoli del governo. I primi cento giorni non sono stati rivoluzionari, ma nemmeno irrilevanti. Sono stati piuttosto una fase di assestamento, in cui ha definito il suo metodo: prudente nella gestione, ma coerente nella direzione.
La vera prova arriverà più avanti. Perché se finora il lavoro è stato soprattutto preparatorio, nei prossimi mesi sarà necessario vedere risultati più concreti. Ed è lì che si capirà se il progetto politico con cui è stato eletto può davvero funzionare in una città complessa come New York.