Inferno - I Canto e l’importanza dei maestri
Mi piace parlare e scrivere quando ritengo dei contenuti reali. Come, a volte, dico a chi mi è vicino: invito tutti a farlo, se questo rappresenta un motivo. Ribadisco spesso le stesse cose, gli stessi termini e concetti, perché credo sia utile. Non nascondo sotto il tappeto la polvere di un ridondante errore espressivo, bensì penso che ripetermi sia di aiuto (repetita iuvant). Forse è presto per accorgersene, ma ci farete caso.
Alcune persone evitano determinati discorsi perché cadono nella seguente falsa equivalenza: argomento autentico ed effettivo = pesantezza e negatività.
Si puo’ parlare di tutto. Serve il giusto metodo, ossia la via attraverso.
Partendo dall’esperienza personale, ci rendiamo conto delle molteplici cose che ci accomunano. Da quando ho preso consapevolezza della vita, ho sempre sostenuto l’importanza dei maestri. Prima di dedicarmi principalmente alla medicina, c’è stato un frangente adolescenziale in cui ho pensato di dare un seguito professionale alla mia passione per la letteratura. Una maestra, infatti, aveva acceso in me una fiamma, che mi piaceva alimentare. E ogni tanto, ancora oggi, aggiungo un ramo per tenerla viva.
In quel periodo leggevo Giacomo Leopardi e altri poeti moderni, ma mi cimentavo anche in Dante Alighieri. Nonostante avesse composto numerosi scritti, la mia attenzione veniva catturata dal suo capolavoro: la Divina Commedia. Un’opera colma di senso e simboli, figure retoriche, significati letterali, anagogici, allegorici e morali - questi ultimi non i miei favoriti. Un’opera della vita di tutti. Numeri che ritornano, come il tre della Trinità: tre cantiche (Inferno, Purgatorio e Paradiso), ognuna formata da 33 canti (piú uno introduttivo, il proemio), per un totale di 100. Terzine incatenate di endecasillabi dense di valore, che grazie alla mia maestra suonavano dentro di me con melodia. Ella non si limitava ad insegnarci accademicamente lo scritto, tutt’altro. Aggiungeva il suo tocco umano e appassionato; era un piacere ascoltarla.
Non ho l’intento nè la presunzione di spiegare la Comedìa, ma intendo riportare ciò che in me si è fatto sentire. Qualcosa che mi ha chemiotatticamente attratto. Di interpretazioni se ne trovano svariate e rispecchiano le diverse chiavi di lettura. Io mi soffermo su una o poche cose. Racconto una o poche sfumature.
Recentemente, rispolverando la Divina Commedia, ho deciso di prenderla dall’inizio, dall’incipit. Mi sono immerso nel componimento introduttivo, il proemio dell’opera tutta: il primo Canto dell’Inferno.

Evocativa, sì, la prima celebre terzina.
Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.
Rallento su ogni parola: mezzo, cammin, nostra, selva, oscura. La via non è persa, è smarrita. Tralasciando la differenza di registro linguistico; “persa” presuppone irreversibilità, una via che non si puo’ ritrovare. In “smarrita” leggo reversibilità. Non una scomparsa definitiva, bensì un disorientamento temporaneo. Dante si trova catapultato in questa dimensione paurosa.
Non riesce a spiegare come sia finito lì. Naufragato nella “selva selvaggia e aspra e forte”. Dalla foresta spaventosa giunge ai piedi di un colle; alza lo sguardo e vede la vetta illuminata dai raggi del sole.
Mentre inizia a percorrere il pendio, appaiono in sequenza le tre fiere (o belve): la lonza, il leone, la lupa. Ognuna di queste rappresenta un vizio dell’autore, cioè rispettivamente: lussuria, superbia e avidità. Gli ostacolano l’ascesa. La famosa salita lungo il monte che lo condurrà, in ultima istanza, al Paradiso.
Lascia di stucco la consapevolezza (di Dante) dei propri peccati e limiti in vita. Percepisco la volontà di espiarli ed elevarsi.
A catturare profondamente la mia attenzione, tuttavia, è stato un altro elemento del proemio. Mi sono accorto di non essere il solo a ritenere importanti i maestri. Lo stesso Dante lo faceva. Nel suo più significativo viaggio, quello attraverso i mondi ultraterreni, si affida al proprio maestro. In questo Canto, infatti, introduce la sua guida: Virgilio. Fiume di sapienza.
In una condizione di smarrimento, circondato dalle fiere, nella penombra della selva, nota qualcuno. Non lo vede bene. Non comprende se si tratta di un’anima o di un uomo in carne e ossa. Dante è impaurito, lacrima. La lupa, delle tre belve, è la più feroce di tutte. Lo respinge “là dove ‘l sol tace”. È intrappolato.
Quando vidi costui nel gran diserto,
“Miserere di me” gridai a lui,
“qual che tu sii, od ombra od omo certo!”
Ecco che, finalmente, Virgilio si presenta:
“Non omo, omo già fui”
Si tratta della sua anima…e, dopo essersi introdotto, gli chiede:
“Ma tu perché ritorni a tanta noia?
perché non sali il dilettoso monte
ch’è principio e cagion di tutta gioia?”

Per la conoscenza, Dante scrive, servono due cose: lungo studio e grande amore. Proprio tutto quello “che m’ha fatto cercar lo tuo volume”, confessa a Virgilio.
E prosegue:
Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore,
tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
lo bello stilo che m’ha fatto onore.
Egli è il suo maestro e il suo autore, nel senso latino del termine: colui che fa crescere. La Comedìa sarà ricca di riferimenti tolti dalla Tragedìa (l’Eneide).
Guide che conducono alla salvezza. Esempi da seguire. Alcuni maestri non sanno di esserlo finché non gli viene detto. Dante, a Virgilio, lo comunica. I maestri raccolgono all’Inferno e accompagnano dinanzi al Paradiso. Nella luce fioca, l’autore non scorge una persona qualsiasi, trova il suo mentore. Pensate al peso che gli conferisce.
Spesso nella letteratura le emozioni, i sentimenti sono amplificati. Vi sono meno freni. E chissà, finalmente, siamo noi stessi.
I maestri sostengono e scortano. Magari per sempre o magari fino ad un certo momento - come in questa opera. Dopodiché voliamo con le nostre ali, facendo tesoro degli insegnamenti.
Dapprima il poeta gli indica la via da intraprendere:
“A te convien tenere altro viaggio,”
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
“se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;”
Sostiene che gli conviene tenere un altro viaggio, se vuole salvarsi. Non deve rimanere nella selva, ma salire il colle. Lo rimette sul binario giusto. Lo consiglia, come fece coi suoi libri in vita.
Per lui, questo maestro è talmente importante da diventare colui che lo condurrà alle porte del Paradiso. Non puo’ entrare dentro. Virgilio, essendo pagano, non verrebbe accettato dall’imperatore Dio.
“ché quello imperador che lassù regna,
perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge,
non vuol che ’n sua città per me si vegna.”
Dunque gli fa strada e infine lo lascia andare. Lo affida a una persona più degna di lui per dirigerlo attraverso il regno di Dio.
“A le quai poi se tu vorrai salire,
anima fia a ciò di me più degna:
con lei ti lascerò nel mio partire;”
Poi, le ultime parole del Canto in questione. Quelle che hanno evocato nella mia mente un’immagine indelebile, dal primo istante.
Allor si mosse, e io li tenni dietro.
La frase che sancisce l’inizio concreto del viaggio. Dante si sente protetto e segue Virgilio.

I maestri a scuola, nello sport, nella musica, in famiglia e in varie forme d’arte. Ma anche gli idoli che diventano maestri, senza deleterie idolatrie. Li considero guide e punti di riferimento.
Sono dell’idea che sia giusto mantenere una certa distanza dai maestri. I punti di contatto esistono: le passioni, gli interessi, i modi d’essere e di fare; ma bisogna saperli rispettare. Con “vergognosa fronte”. L’importanza dei maestri deriva anche dall’importanza del saper scegliere e del saper discernere. Pertanto, abbiamo una responsabilità. Nell’incontro, a volte siamo fortunati, altre sfortunati, è vero. Ma penso che a volte siamo bravi a scegliere e discernere, altre no.
Certe cose sono più attuali di quello che crediamo. Anzi, direi che sono senza tempo.
Io sarò sempre uno studente, dal mio punto di vista.
I maestri come le Pleiadi. Ammasso di stelle luminose. Indicano la diritta via smarrita. Illuminano le acque navigate e i marinai ringraziano.