E se il festival di Sanremo non fosse davvero la celebrazione della musica italiana che crediamo, ma piuttosto la sua più grande operazione commerciale?

Sicuramente è uno dei momenti più attesi da parte degli italiani, dato che ogni anno milioni di spettatori si sintonizzano davanti alla TV. Le canzoni entrano nelle playlist, dominano TikTok, scalano le classifiche. Proprio tutta questa concentrazione mediatica permette all'Ariston di essere uno dei palcoscenici più importanti in Italia, in una società in cui visualizzazioni e attenzioni da parte del pubblico risultano essere l'asset sempre più importante. Ma in tutto ciò, la domanda che si può porre è se tutto questo clamore riesca a promuovere effettivamente un prodotto mainstream che sia di qualità, che metta in mostra la parte sana del movimento musicale italiano. In altre parole, per chi suona davvero quel palco?


L'INFLUENZA DELLE CASE DISCOGRAFICHE

Non c'è più da nascondersi sul fatto che le major ormai abbiano in pugno quasi tutto il mercato musicale. Negli ultimi anni più di tre quarti degli artisti in gara sono legati alle tre principali multinazionali del settore (Universal, Warner e Sony). In un contesto simile, il festival non è solo una competizione fra cantanti: è una gigantesca vetrina industriale, per mettere in mostra un prodotto che sia sempre più vendibile piuttosto che valido e di qualità. Viene così promossa, nella maggior parte dei casi, una musica più "facile" ed orecchiabile, in modo che possa arrivare ad un pubblico più vasto ed eterogeneo possibile. Lo si può tranquillamente notare per esempio dalle coreografie già pensate, studiate per andare virali ed essere ricopiate da chiunque, o dai ritornelli sempre più brevi e catchy.

Se ci si concentra inoltre sul target a cui si rivolgono, ovvero quello più vasto, che ha meno senso critico e che accetta la hit da radio o la canzone virale da TikTok; ecco che ciò che ha successo in Italia sono le canzoni fatte non tanto per rimanere, quanto piuttosto per avere un ciclo di vita breve per poter vendere. Questo fino a quando non arriverà un'altra hit a sostituirla, che verrà percepita come nuova o più fresca solo per il fatto di essere più recente. E non perché presenta innovazione. Basti pensare semplicemente a quante canzoni in gara al festival negli ultimi 15 o 20 anni ci ascoltiamo ancora, o al fatto che molti brani entrino in classifica a febbraio per poi sparire nel giro di pochi mesi.


LA STRUTTURA DIETRO AD OGNI CANTANTE

L'obiettivo di ogni artista è quello di arrivare ed essere capito da più persone possibili, ma se oltre a questo desiderio genuino, alla base c'è anche un'intera impalcatura dietro studiata a tavolino per poter aumentare i guadagni dell'ennesima azienda; è un po' come se questa musica (o ormai "prodotto") perda il valore per cui è stata concepita. Non è più solo espressione personale condivisibile in uno dei palchi più importanti d'Italia, ma anche strumentalizzazione delle masse per massimizzare un guadagno. La questione non è più che il vincitore non piaccia a tutti o che quelli arrivati in basso meritassero di più. Il quadro è molto più grande, ciò che viene mostrato è pensato solo ad un mero scopo commerciale ed un'esposizione così grande funge da catalizzatore per ottenere questo risultato; promuovendo questa come una formula vincente di guadagno e quindi riproponibile anche in altri contesti. Il rischio è quello di ottenere un movimento musicale italiano sempre meno favorevole ai nuovi artisti e alle canzoni fatte e pensate per restare, dato che mantenere costantemente l'attenzione del pubblico risulta essere troppo importante.


IL PROBLEMA DALL'ALTO

Quindi il problema non è sicuramente Sal Da Vinci, vincitore dell'ultima edizione, che ha portato la sua musica (che poi possa piacere o no). E neanche Carlo Conti che ha scelto le canzoni in gara di quest'anno. Non è una questione di conduttori o singoli artisti. Il meccanismo funziona anche cambiando i nomi. La causa ricade su tutta la struttura che ormai tiene in pugno il mercato musicale e che garantisce sempre meno visibilità a chi non può essere un potenziale asset. Il dubbio è se venga data a tutti l'opportunità di vincere o se solo già parteciparvi implichi far parte del sistema. Forse la domanda non è se Sanremo contribuisca alla musica italiana. La vera domanda è: quale musica sta contribuendo a costruire?