C’è stato un momento in cui scrivere online non era una scelta tra tante, ma il modo naturale di stare dentro internet. Chi ha attraversato gli anni dei forum, delle prime community, perfino delle lunghe discussioni su Facebook (quando ancora non erano sommerse dagli algoritmi e dalla frustrazione) ricorda bene quella sensazione di presenza costruita parola dopo parola. Non c’era l’ossessione della sintesi, né la necessità di catturare attenzione nei primi tre secondi; si scriveva per dire qualcosa, ma anche per capire meglio cosa si stava pensando. Io me lo ricordo bene, ho iniziato a 15 anni. Oggi ne ho più del doppio, e vorrei ritrovare quell'energia. La scrittura non era un progetto, era una pratica quotidiana, quasi inconsapevole.

Poi qualcosa si è spostato, lentamente ma in modo radicale: i formati si sono accorciati, l’attenzione si è adattata, e con essa anche il linguaggio. Tra il 2018 e il 2022 mi sono trovato in una zona di passaggio, senza riuscire davvero a entrarci; nel frattempo scrivevo molto, forse più di quanto faccia oggi, ma quei testi rimanevano chiusi nel mio computer. Non era solo una questione di contesto tecnologico; c’era anche una forma di esitazione, forse di pudore, come se la scrittura lunga non avesse più uno spazio legittimo:

"Non te lo pubblicherà nessuno"

Quando nel 2023 ho iniziato a pubblicare video con continuità, sia lunghi sia brevi, con il progetto Folleducare ho trovato finalmente una direzione; parlare di scuola, di cultura, di università, costruire una presenza, entrare in relazione con chi ascolta. Eppure, con il tempo, è diventato evidente che qualcosa rimaneva fuori. Il video funziona, arriva, coinvolge; ma non sempre permette di sostare davvero su un’idea, di svilupparla senza fretta, di tornarci sopra. È da qui che nasce la necessità di fare un passo che solo apparentemente è indietro, e che in realtà è un tentativo di completare il lavoro.

2. La scrittura come tecnologia del pensiero

Dire che la scrittura è “antica” rischia di essere una banalità, se non si chiarisce in che senso; non è solo una pratica che esiste da millenni, ma una tecnologia che ha modificato il modo stesso in cui gli esseri umani pensano. Le prime forme di scrittura nascono in Mesopotamia per esigenze pratiche, per registrare scambi e contabilità; tuttavia, già in una fase molto precoce, questa tecnica viene utilizzata anche per produrre testi che vanno oltre la semplice funzione contabile.

È proprio in quell’area che compaiono alcune delle più antiche opere letterarie della storia, come L’Epopea di Gilgamesh, un poema che riflette sul potere, sull’amicizia e soprattutto sul limite umano di fronte alla morte.

"La morte, prof. Si può davvero raccontare la morte?"

Con il tempo la funzione cambia; nella Grecia classica la scrittura diventa strumento filosofico. A Roma assume una dimensione pubblica e politica, nella costruzione del discorso e dell’argomentazione, come mostra la tradizione retorica di Cicerone; nel Medioevo diventa custodia del sapere, affidata ai manoscritti copiati nei monasteri (quanto costavano!). L’invenzione della stampa a caratteri mobili da parte di Johannes Gutenberg segna poi un passaggio decisivo, perché rende la scrittura riproducibile e accessibile su larga scala, modificando non solo la circolazione dei testi, ma anche la struttura delle società europee. E si arriva al romanzo ottocentesco, ai giornali, alla letteratura di massa, ad internet, ai blog...

Questo percorso lungo mostra un punto che oggi tendiamo a dimenticare; la scrittura non è soltanto un mezzo per comunicare contenuti già formati, ma uno strumento che contribuisce a formarli. Scrivere significa rallentare il pensiero, dargli una forma, sottoporlo a verifica; significa anche accettare che un’idea non sia immediatamente chiara, e che abbia bisogno di essere costruita mentre la si mette per iscritto. Ha bisogno di tempo, di noia, di disagio e di respiro.

3. Il dominio del breve e le sue conseguenze

Il successo dei formati brevi non è casuale, né può essere liquidato come un semplice impoverimento culturale; risponde a condizioni materiali precise, tra cui la quantità di stimoli disponibili, la competizione per l’attenzione, la diffusione di dispositivi che favoriscono una fruizione rapida e continua. In questo contesto, il video breve è uno strumento estremamente efficace, perché permette di intercettare rapidamente un pubblico e di trasmettere un messaggio in modo diretto. Io ne sono la testimonianza (piccola, ma significativa).

"Senza video brevi, avrei raggiunto migliaia di persone?"

Il punto critico emerge quando questo formato tende a diventare l’unico parametro di riferimento; non tanto perché sia di per sé limitante, ma perché finisce per influenzare anche i contenuti che dovrebbero richiedere altri tempi. Se ogni idea deve essere compressa in pochi secondi, è inevitabile che alcune dimensioni del discorso vengano sacrificate; la complessità viene ridotta, il dubbio lascia spazio all’affermazione netta, l’argomentazione si trasforma in slogan:

"Hai ragione, io avrei voluto approfondire il male di vivere di Montale, però..."

Anche i contenuti lunghi non sono immuni da questo processo; il rischio è che diventino semplicemente un sottofondo, qualcosa da ascoltare mentre si fa altro, senza una reale attenzione. In questo senso, non è solo la durata a fare la differenza, ma il tipo di relazione che si instaura con il contenuto. La scrittura, proprio perché richiede un coinvolgimento attivo, introduce una resistenza a questa dinamica; costringe a fermarsi, a seguire un filo, a confrontarsi con un testo che non può essere consumato passivamente.

4. Scrivere come scelta culturale

Tornare a scrivere in un blog non significa rinunciare ai video, né adottare una posizione nostalgica rispetto al passato; significa piuttosto riconoscere che strumenti diversi rispondono a esigenze diverse, e che ridurre tutto a un unico linguaggio comporta una perdita. La storia delle tecnologie della comunicazione non procede per sostituzioni nette, ma per stratificazioni; nuovi strumenti si affiancano ai precedenti, modificandone il ruolo senza eliminarli del tutto.

In questo quadro, la scrittura lunga può essere vista come uno spazio specifico, in cui diventa possibile sviluppare un discorso senza la pressione della sintesi immediata; uno spazio in cui l’errore è parte del processo, e in cui le idee possono essere riprese, corrette, approfondite. Non si tratta di opporre profondità e accessibilità, ma di costruire un equilibrio tra diversi livelli di comunicazione.

"Avrò 25 lettori, come ironizzava Manzoni?"

"Una classe di liceo, va più che bene!"

Infine, c'è un aspetto che riguarda direttamente l’educazione e la formazione; se la scrittura è una tecnica, come tutte le tecniche richiede esercizio. Ridurre le occasioni di scrittura lunga significa, nel tempo, ridurre la capacità di articolare pensieri complessi. In questo senso, scegliere di scrivere non è soltanto una decisione individuale, ma ha una dimensione culturale più ampia.

Questo spazio, Folleducare x KuKà, nasce dentro questa consapevolezza; non come alternativa ad altri linguaggi, ma come uno spazio in cui provare a mantenere viva una pratica che ha accompagnato per secoli la costruzione del pensiero. Una pratica che racconto in classe ogni giorno, dai Sumeri a Montale, da Cicerone ai forum nerd che frequentavo da adolescente.

Uno spazio in cui tornare, ogni tanto, a rallentare.