Il senatore\ il professore
La colazione\ via del Tritone
Fare l'amore\ con l'assessore
Capostruttura Rai\ il direttore.
La ginecologa\ e l'obiettore
Cos'ha la macchina?\Maledizione
Cose minuscole\ la depressione.
Le vite si incrociano e non si guardano.
Dove batte il desiderio quando recitiamo tutti? Dove passa la verità di un incontro? Tutto passa. Ma sentirsi soli, come cantano Calcutta e Golden Years, quello non passa mai.
passano anche i soldi dei turisti americani ma, ...
Esiste una topografia che non compare sulle cartine geografiche: una mappa fatta di angoli di strada che conservano il calore di un ricordo, per me, di un bacio, di un pianto, di un punto messo a qualche storia, di un abbandono dato o ricevuto, di una promessa svanita tra il traffico e i suoni delle cose.

I primi due articoli di Percydicuore sono serviti a disseppellire ciò che tendiamo a confinare nel silenzio, nel non detto o nel detto male; ora, un po' con la primavera, un po' per desiderio di uscire, è arrivato il momento di portare il sentimento all’aperto, tra la polvere di marciapiedi affollati e l'odore acre e nauseante delle metro, nel vuoto o tra la gente, indifferente.
Sul tavolo della cena, al Novecento di Porto San Giorgio, quel venerdì di fine marzo, per l’evento Palabras d’amor, tra musica e parole, avevo lasciato dei bigliettini con delle domande alle quali, chi voleva, poteva rispondere:
“Qual è la frase d’amore che non hai mai detto e che questa sera vorresti dire a qualcuno?”
Tra tutte, mi ha colpito il coraggio di Giorgia:
Sei il mio salto nel vuoto.
Amare è sempre tentare di amare. E scegliere di farlo richiede una forza che, per esperienza, ho visto più spesso nel femminile che nel maschile.
In fondo, se avessimo dovuto partorire noi uomini, probabilmente l’umanità si sarebbe fermata dopo due generazioni.
Dopo quell’evento ho deciso di partire. Ho messo in pausa le mie cose — il padel, la scuola, i corsi — e sono entrato nella Settimana Santa con uno slancio diverso. Giorgia mi ha riportato all’inizio di tutto: quando Percydicuore era Lettere d’amore incollate di notte su panchine e muri della mia città. Ho ripensato al mio primo racconto filosofico, Potremmo fare in modo che l’Espresso per Hogwarts arrivi domani , e a come era, in forma embrionale, questo tentativo di costruire piccoli vademecum per la ricerca dell’amore e del senso della vita, dentro gli spazi quotidiani.
Perché la città non è mai stata, per me, un ammasso inerte di cemento, giardini curati, impersonali, cestini della spazzatura, tombini, strade. Piuttosto, hobbesianamente, un corpo fatto di persone che portano con le loro storie e i loro sguardi l’incipit di una confessione.
Dopo l’esperienza condivisa al Caffè Novecento, ho scelto di cambiare rotta, sapendo che l’amore, per restare vivo, deve farsi architettura. Erranza, coraggio di abitare lo spazio pubblico con la propria verità, viaggio. Bisogna perdersi tra le pieghe dell’urbano per ritrovare la densità etica di un legame che sappia attraversare la folla.
Tutta la vita cerchiamo l’amore perché non possiamo vivere senza un significato. Anche quando non lo troviamo, non possiamo smettere di cercarlo. E in questo cercare c’è già una forma di contatto: cercare di amare è già amare.
Nessuno di noi può vivere senza amore. Nessuno può vivere senza un senso. E nessuno può smettere di cercarlo.
In questi giorni sto rileggendo Narciso e Boccadoro di Hermann Hesse.
Mi colpisce sempre la differenza tra i due.
Boccadoro, con la sua capacità quasi selvaggia di amare, di perdersi, di attraversare il mondo; e Narciso, che invece cerca unità, forma, disciplina.
Fu Paride, il mio primo mentore ai tempi dell'adolescenza nell'oratorio salesiano, a iniziarmi alla lettura che mi portò alla scelta universitaria di studi filosofici. Ma il punto più profondo è un altro: Narciso non vuole davvero fare di Boccadoro un monaco. Vuole che diventi se stesso. Vuole condurlo a riconoscere la propria natura, che non è quella dell’ascesi, ma quella dell’amante, del viandante, del pellegrino inquieto.
Per questo, paradossalmente, per arrivare a un’unità interiore, Boccadoro deve uscire dal monastero. Deve fare i conti con la propria origine materna, con il corpo, con il desiderio, con l’erranza.
Solo attraversando il mondo può, forse, un giorno tornare a sé.
E accanto a lui mi viene in mente Alëša Karamazov nei I fratelli Karamazov.
Libro regalo che ricevetti per la mia laurea triennale dalla mia ex ragazza Nicoletta. Anche lui parte dal monastero, ma non per restarci. Altrove e in un altro momento forse vi racconterò della mia vicenda biografica nel Seminario Redemptoris Mater per dodici mesi, quando ero ventiquattrenne, e di come certe letture mi hanno sempre affascinato e influenzato in ogni decisione.
Ma dobbiamo tornare a Percydicuore, dopo aver rovistato tra bozze mai inviate, perché ho scelto, come detto sopra, per scrivere un terzo articolo, di aspettare e andare fuori. Fuori dalla mia città. Fuori dall’Italia. Fuori.
Madrid, Venerdì Santo.
C’è un momento, durante la processione, in cui qualcosa si apre. Piangevo come un bambino sotto un semaforo, tra persone che non conoscevo, tenuto per mano dal mio amore, spiazzata e divertita, mentre i carri con Cristo e la Madonna avanzavano tra telefoni alzati e silenzi improvvisi.
La chiamano sindrome di Stendhal. Ma non era solo quello. Pensavo: quell’uomo è il mio Dio. E mentre singhiozzavo come un bambino mi tornavano alla mente le parole di Simone Weil, quando in un villaggio portoghese fu colpita fino alle lacrime dai canti dei pescatori.
«Con l’anima e il corpo come a pezzi […] sono arrivata da sola, in una sera di luna piena […]
Le mogli dei pescatori […] innalzavano canti […] di una tristezza straziante.
[…] Là ho avuto all’improvviso la certezza che il cristianesimo è per eccellenza la religione degli schiavi…»
È lo struggimento di chi riconosce l’ingiustizia non come concetto, ma come peso fisico.
Sono gli ultimi, quelli che vivono nelle pieghe più dure della vita, a riconoscere per primi quella ferita. Perché sanno cosa significa subire un verdetto ingiusto, e restare in silenzio.

Oggi i nostri cuori fanno fila in galleria, imbottigliati in una frenesia che ci impedisce di chiederci se stiamo davvero vivendo secondo il desiderio che ci abita.
È la stanchezza dei padri che tornano a casa quando fuori è già buio, tra luci verdi, rosse, arancioni e gialle, che sotto gli alberi non fanno luce neanche quelle. È la solitudine di chi attraversa la città cercando un senso nel ritorno.
Questa nuova tappa, L’amore abita qui. Lettere d’amore dalla città, nasce dalla necessità di uscire. Di smettere di proteggersi nelle bozze mai inviate e sporcarsi le mani con la realtà. Ho cercato l’amore in strada perché è lì che si misura la nostra capacità di restare umani.
La strada può essere libertà, come in On the Road.
Può essere una prigione elegante, come in Revolutionary Road.
per i docenti più scanzonati e intelligenti, da proiettare in classe il lunedì mattina in ripresa da weekend confusi
Dipende da quanto siamo disposti a vivere davvero.
E se restiamo chiusi nelle nostre auto in fila, rischiamo di perdere l’unica cosa che conta davvero: l’incontro e la memoria.
Vi lascio questa poesia di Vivian Lamarque, una poesia d'amore, di quelle che mi piacerebbe un giorno imparare a scrivere, su un foglio di carta, sulle panchine della mia città, o sul mare.
Confondere i bei nomi degli amanti?
Chiedo perdono all’Olmo
quando lo chiamo Faggio
e al Frassino quando lo chiamo
Acacia, quanto si offese il Carpino
quando non lo riconobbi.
Mi perdoni il Larice che l’ho chiamato Abete
e l’Abete che l’ho chiamato
Pino, alle conifere tutte chiedo scusa
e perdono chiedo ai fidanzati.
Tutti dimenticati?
No, i loro nomi ho ancora dentro bene
incisi, ma come per nebbia
confondo un poco rami e mani, colore
delle foglie e dei capelli.
Oh presto saremo boschi tutti quanti insieme?
Avremo cuori d’erba? di radici?
Orfei ed Euridici indietro vòlti
non ti vedremo mai più luce di sole?
Saremo presto boschi tutti quanti insieme?
da una vita passeremo a un’altra, dove? come?
privi dell’azzurro della neve?
privi dell’amore nelle vene?
Nagori (名残 ) è quella nostalgia per l'inverno che se ne va, lasciando spazio a una nuova primavera. Imparate ad amare. Uscite. Abitate la strada. Guardatevi e sceglietevi per sempre, per restare.