I. L’ora indifesa e la carcassa dell’estate
Questa è decisamente l’ora migliore. Il cielo finalmente depone lo scettro d’oro di agosto e si abbassa pesantemente. La luce come fiore sfiorisce e ce ne resta soltanto lo stelo che ricorda i tulipani nel vaso di maggio accanto al mio letto di legno. Il cielo non pretende più di moltiplicare il sole per nascondere le nostre crepe, e torna ad essere un ragazzo che si accascia stanco sopra un tappeto di terra marrone e sul granito bianco della hall di questo enorme hotel, mentre il mare, lontano, si spoglia della gentilezza con la quale ha accolto per mesi noi mortali bagnanti. Finalmente rimette il suo blu all’orizzonte, gli artigli della tigre, torna a farsi mistero, e in lontananza, mentre sorseggio il mio cappuccino, pende maturo come una mela.
Ogni cosa coincide con se stessa in quest’ora della vita, i 33 anni che scavallano il cammin di nostra vita di Dante Alighieri quando scrisse la Divina, la fine dell’estate e l’attesa dell’autunno che giunge a consumare i resti,mentre laconico winter is coming.
Tutto è stanco, è solo, e sogna. E regna sul nulla. Amo l’irripetibile momento di passaggio tra le stagioni. Se d’estate tutto si ripete (quando i vecchi tornano a fare le cose dei giovani e i giovani a fare le cose che dicono le mode), settembre non è così e cadono le maschere. Qualcosa finisce. Qualcosa non è ancora. Questa è l’ora migliore. Che ci unisce tutti. Perché l’estate taglia e divide. Rumore, corpi, allegria forzata, vampiri da aperitivo che giacciono sui tavolini degli chalet. Ma ora sono rientrati tutti, sulla soglia del cambio di stagione, è il tempo delle confessioni ultime, dei segreti che cedono, di una carezza improvvisa, delle lenzuola cambiate come vele di Ulisse.
Nell’ora irraggiungibile di settembre non si ama: ci si salva. Le cose, la casa, gli altri, lasciamo tutto a chi ha proprietà da difendere. Questa è l’ora indifendibile e indifesa in cui puoi essere qualsiasi cosa: albero, fiume, seggiola, qualcuno che impara a misurare il proprio fuoco sulla terra.
“Forever is composed of Nows” Emily Dickinson (ca. 1863), pubblicata postuma in Further Poems of Emily Dickinson (1929, ed. M. Dickinson Bianchi & A. L. Hampson)

II. Il buio dei campi, i fossili di Dio e il cielo di Gallura
Sono arrivato in Sardegna alle 18:06 di martedì 15 settembre, dentro una fase di metamorfosi profonda, uno step in ascesa che ha il sapore di un'esplorazione e insieme di una spogliazione. Ho cambiato anzitutto scrittura. Ho cambiato musica. Qui il tempo si dirama in inglese come padel coach & sport experience creator (events, academy, hospitality). Ho lasciato la cattedra bla bla bla per portare la filosofia altrove, in luoghi ed esperienze inconsuete, perché centrale deve tornare ad essere il corpo, il corpo nel paesaggio e il corpo vicino ad altri corpi, lontano da tutti e da tutto, eppure a me così caro e vicino.
Ma quando la giornata finisce l'isola ti chiede sempre il conto. L'altra sera, dopo l'ultimo allenamento, sono rimasto da solo a chiudere. Nell'istante esatto in cui ho premuto l'interruttore e i riflettori dei campi da padel si sono spenti, il buio della notte diventa una marea nera senza stelle che ti piomba addosso. Cantano le cicale lontane ma un grido ti resta strozzato in gola. Non puoi cantare come loro. In quel silenzio improvviso ho avvertito un fruscìo pesante da dietro la siepe. Mi sono fermato. Dal buio sono emersi due cinghiali, enormi, fossili di Dio, interessati a loro stessi e alla terra nera, attraversando lo spazio a pochi metri da me.
“I’m Nobody! Who are you?” Emily Dickinson (ca 1861), inclusa nelle raccolte complete; numerazione Johnson #260 / Franklin #288
Mi sono bloccato. Ho alzato lo sguardo e naturalmente si apriva sopra me una cupola di stelle così densa e nitida da togliere il respiro. Lì mi sono ricordato chi sono, come sono. Relazioni d’amore nelle quali tutti siamo intessuti, meraviglia e spavento che riusciamo ad abitare senza fuggire. A volte per scelta, a volta costretti dalla malattia o da un’altra situazione della vita. Tutto dentro questa relazione.
metto una mano sul cuore e con l’altra scrivo le parole…
III. L'ora del risveglio
Alle 8 ti svegli per andare a lavoro, o all’università, io per la colazione prima di mancare l’ora più bella. Non saremo mai perfetti. Saremo sempre, come l'Eros di Platone, lacerati, mancanti, perennemente in viaggio tra ciò che siamo stati e ciò che desideriamo diventare. Ci penseremo in inverno, vedremo se questo fuoco supererà la prova della neve, della routine e della vita perenne. Per ora, vi lascio che devo tornare in campo ad allenare, a giocare, dal momento che non conosco altra formula alchemica per la giovinezza al di fuori di questa, onorando l’essere stati bambini, ora solo più consapevoli. Abitate la vostra solitudine, lasciate che le crepe facciano entrare la luce e non abbiate paura di cadere tra le braccia di Qualcuno che vi ha creati, voluti, e desiderati.
Bruciare sempre, spegnersi mai.
Qual è l'ipotesi di te stesso che stai mantenendo in vita per paura di scoprire chi saresti se ti mettessi davvero in gioco?
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Le storie sono la bussola di questo e di ogni viaggio.
“Io so la verità /abbandona tutte le altre verità!/Non serve che sulla terra gli uomini si affannino” Marina Cvetaeva, Io so la verità (1915). Poesie, Adelphi, 1990.
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P.S. Grazie a Kukà Magazine stiamo preparando delle cose molto belle, siamo in via di sviluppo e chiunque voglia unirsi al progetto mi contatti personalmente via Ig o E-mail agli indirizzi sopra indicati.