L'inquietudine dell’ordo amoris

Non mi piace svegliarmi presto al mattino. Non mi piace la luce che ha lo stesso pallore sgradevole dei neon bianchi.
Non mi piace mancare la colazione che amo, con la lentezza che merita. Mi piace quello che indosso: il mio Levi’s nero rigido, la camicia azzurra, le New Balance x Comme des Garçons nere acquistate da Diego.

Non mi piace salutare le persone che amo.
Non mi piace la puzza di stantio di un treno. Mi piace prendere un aereo, sentire la spinta da sotto e staccare il corpo da terra.
Non mi piace vivere con la paura di perdere le coincidenze, ma mi dà un’adrenalina ferocissima sapere che quegli incastri incerti sono la mia unica salvezza per un viaggio che deve arrivare a destinazione. Più di tutto non mi piace la sensazione di essere arrivati a destinazione in realtà. L'arrivo cancella d'un colpo tutta l'adrenalina, spegne la vertigine e la fatica del viaggio emotivo intrapreso. Ogni destinazione, all’inizio, somiglia sempre a una delusione.

Niente che una doccia calda e lenzuola pulite non possano scacciare via. Finalmente è di nuovo mattina, tardi. Vista su un paradiso di mare. Cerco un posto per fare colazione.

Benedetta sia la vita.

Due domande mi attanagliano.

1) Cosa stai tentando di medicare attraverso questo ritmo ossessivo del movimento?

2) È davvero filosofia, Paolo, o è soltanto l'ennesima impalcatura teorica per non doverti fermare nello spazio vuoto di una qualche responsabilità mancata?

Il senso di un Abbecedario Filosofico

Stacco la contingenza del viaggio dal rigore della pagina filosofica che andrò a scrivere, inaugurando la seconda edizione del mio abbecedario filosofico . Tale esigenza filosofica non nasce da una suggestione d’itinerario, ma da una necessità più intima: capire perché il movimento, per me, sembri spesso più sopportabile dell’arrivo. La filosofia per me ha sempre significato questo: sapienza dell'amare. Un modo per non abitare soltanto la pelle.

(la prima edizione del mio abbecedario filosofico la ritrovate sul magazine online Fideliter dell’ISSR de L’Aquila qui sotto)

La lettera A da cui ho scelto di partire in questa seconda edizione appartiene ad Aurelio Agostino d’Ippona (354-430 d.C.). Ma forse, prima ancora che al filosofo e al teologo, vorrei consegnarla all’uomo che ha compreso una cosa che continua a riguardarci: che il cuore umano non coincide mai perfettamente con ciò che possiede.

Inquietum est cor nostrum donec requiescat in te.

Il cuore è inquieto finché non trova riposo in Dio. Ma l’inquietudine agostiniana, letta oggi, può essere ascoltata anche come il nome di una condizione più radicale: noi desideriamo perché siamo mancanti. E la mancanza non è un incidente della nostra esistenza da correggere una volta per tutte. È ciò che mette in moto il desiderio.

Qui Agostino diventa vicino a una certa psicoanalisi contemporanea divulgata da Massimo Recalcati.

Il desiderio non coincide con il bisogno. Il bisogno può essere soddisfatto: si mangia quando si ha fame, si dorme quando si è stanchi, si arriva quando si deve arrivare. Il desiderio, invece, sopravvive alla soddisfazione. Anzi, spesso è proprio la soddisfazione a riaprirlo.

Forse è per questo che una destinazione può deludere.

Finché sono in viaggio, qualcosa mi chiama in avanti. Ci sono coincidenze da prendere, orari da inseguire, treni da non perdere, aerei da raggiungere. Il corpo è teso verso ciò che ancora non c’è. Poi arrivo. E quello che desideravo è finalmente davanti a me. Ma proprio in quell’istante qualcosa si spegne.

Non perché la destinazione sia sbagliata. Il desiderio non abitava davvero lì. Il desiderio abitava la distanza.

È questa, forse, la parte di Agostino che mi interessa di più: l’inquietudine come traccia di un desiderio che non si lascia saturare dagli oggetti che gli mettiamo davanti.

Recalcati direbbe che il desiderio non cerca semplicemente un oggetto da possedere. Cerca ciò che, attraverso quell’oggetto, continua a mancare. E allora il problema è capire cosa succede dentro di me quando arrivo.

Perché posso attraversare città, aeroporti, alberghi, relazioni, lavori, teorie, esperienze. Posso riempire il calendario fino a non lasciare uno spazio vuoto. E tuttavia portarmi dietro lo stesso vuoto.

Andare verso qualcosa o semplicemente evitare di fermarsi?

Nel primo caso è desiderio. Nel secondo è fuga.

Agostino torna a bussare alla porta della mia vita in questo periodo confuso. Mi accompagna dentro una domanda che riguarda tutto questo movimento, tutti questi viaggi, il desiderio continuo di cercare, cambiare, ripartire. Mi chiede se, da qualche parte, dentro di me, esista ancora un luogo in cui abbia voglia di restare.

L’inquietudine può essere una forma del desiderio. Forse la sua forma più viva. A volte diventa anche il modo più elegante che abbiamo per continuare a scappare.

Ho Amato questa miniserie, tratta dal romanzo di Steinbeck, dopo aver visto insieme alla mia ragazza il film del 1955 di Kazan per la performance di James Dean

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Forse la maturità sta nell’imparare a riconoscere ciò che desideriamo, lasciando che quella mancanza continui a esistere senza affidarle il compito di essere colmata da una destinazione, da una persona, da un lavoro, da un’esperienza.

Agostino chiamava Dio il luogo verso cui tendeva quell’inquietudine.

Io, intanto, continuo a partire.

E mi domando ancora: che cosa sto davvero cercando quando me ne vado?

La distentio animi e la frattura del tempo

Nel libro XI delle Confessiones, Agostino ci mette di fronte alla dispersione dell’anima nel tempo. Il passato abita la memoria, il futuro prende forma nell’attesa, il presente scorre nell’istante in cui cerchiamo di afferrarlo. Viviamo tesi tra queste tre dimensioni, spesso incapaci di raccoglierci in ciò che siamo. Agostino chiama questa condizione distentio animi: la tensione di un’anima che fatica a ritrovare la propria unità.

Questa dispersione attraversa anche il nostro modo di amare. Cerchiamo nelle persone, nei successi e nei progetti una risposta alla nostra inquietudine, chiedendo ai beni temporali di darci una stabilità definitiva. L’ordo amoris ci invita a riconoscere la direzione del nostro desiderio, a restituire a ogni cosa il suo posto e a liberarci dalla pretesa che qualcuno o qualcosa possa colmare ogni mancanza.

L’Ordo Amoris e la direzione del desiderio

Nel De Doctrina Christiana, Agostino ci invita a interrogare il nostro modo di amare. Ogni desiderio rivela un ordine, una gerarchia, un posto che assegniamo alle cose e alle persone nella nostra vita. L’ordo amoris riguarda proprio la capacità di riconoscere ciò che amiamo e l‘importanza che gli attribuiamo.

La distinzione tra uti (uso di un bene in funzione di un fine ulteriore) e frui (amo, fruisco di un bene per sé stesso, trovando in esso il mio appagamebto uktimo) illumina meglio il problema che scinde tutti noi. Possiamo trasformare le persone in strumenti attraverso cui cerchiamo sicurezza, riconoscimento e appagamento; possiamo affidare al successo, al denaro e ai ruoli il compito di dare stabilità alla nostra esistenza. Quando il desiderio perde la propria direzione, anche l’amore diventa un modo per colmare le nostre mancanze.

Allora ritrovare l’ordo amoris può significa anzitutto soltanto riconoscere l’altro nella sua irriducibile alterità, restituire alle cose il loro valore e comprendere verso cosa stiamo orientando la nostra vita. Perché il modo in cui amiamo rivela anche il modo in cui abitiamo poeticamente il mondo.

«Le persone che amate sono libere di essere ciò che sono, oppure avete affidato loro il compito di colmare ciò che vi manca?»

«Quanto di ciò che chiamate amore nasce dal desiderio dell'altro, e quanto dalla paura di restare soli con voi stessi?»

«Chi state amando, davvero: la persona che avete davanti o ciò che sperate possa diventare per voi?»

«Se smetteste di chiedere agli altri di salvarvi dalla vostra inquietudine, che cosa cambierebbe nel vostro modo di amare?»


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