Vorrei esordire su Kukà Magazine dedicando le mie parole a delle particolari cellule che mi hanno da subito ispirato: le cellule dendritiche. Qualche anno fa, appresa la loro esistenza, ne sono rimasto affascinato. Di questo non sono sorpreso, dal momento che, essendo appassionato e curioso, vengo spesso catturato dalla meraviglia di quello che accade all’interno del nostro organismo (e non solo). Sono consapevole di affrontare soltanto in minima parte l’argomento, tuttavia non lo reputo un valido motivo per non farlo. Alcune cose le lascio comode nei libri di medicina e nei laboratori. Altre, come tutti, le tengo per me. Alcune scoperte avvengono apparentemente per caso o per errore. Altre no.


L’idea che qualcosa sia lì, già presente, ma coperto. È anche questo che muove la curiosità e il progresso. Non ci resta che scoprirlo. Togliere quella coperta e godere di ciò che sta al di sotto.

Le cellule dendritiche (DC, dendritic cells) sono un gruppo di cellule del sangue della classe dei leucociti (globuli bianchi). Ne esistono diversi tipi, ma farò riferimento a quelle “convenzionali” (o classiche). Queste DC originano da un progenitore mieloide comune presente nel midollo osseo. Esse svolgono funzioni fondamentali per il nostro sistema immunitario - uno di quelli che amo chiamare “sistemi di controllo” (insieme ai sistemi nervoso ed endocrino), i quali si occupano di mantenere l’omeostasi all’interno dell’organismo; a tale fine, attuano e regolano risposte a fronte di variazioni dell’ambiente esterno o interno, per conservare gli standard fisiologici che permettono la vita.

Ralph Marvin Steinman

Scoperte nel 1973, le cellule dendritiche hanno portato al premio Nobel per la fisiologia o la medicina (solo nel 2011) il ricercatore canadese Ralph Marvin Steinman e, contestualmente, hanno rivoluzionato l’immunologia. 
Ma loro erano già lì. Da molto prima che venissero alla conoscenza, esse si occupavano di adempiere le loro funzioni, di mettere in atto quello per cui si erano sviluppate. Poi arriva l’uomo e toglie la coperta. Le individua, le identifica.

Innanzitutto vorrei partire dalla loro particolare morfologia e architettura cellulare; da cui poi, in realtà, prendono il nome. Perché le parole fanno questo. Ci dicono tanto. Prese singolarmente hanno intrinsecamente e ontologicamente una forza comunicativa. Amo le etimologie e le lingue antiche. Queste cellule presentano i cosiddetti dendriti, dal greco dendron (“albero”). Si tratta di estroflessioni citoplasmatiche ramificate - come i rami di un albero - utili e funzionali per le azioni effettrici. Sono simili ai dendriti dei neuroni. 
Già, quindi, la morfologia, conformazione e struttura ci dicono parecchio riguardo la loro funzione.

Cellula dendritica

Nonostante queste cellule facciano parte di quella che viene denominata immunità innata (ossia la nostra prima linea difensiva), la loro azione risulta essenziale nel contesto dell’immunità adattativa; ovvero quell’immunità che, in risposta a stimoli o agenti patogeni si attua in un secondo momento e in modo specifico; non immediatamente con meccanismi innati, ma più tardi e con ulteriori differenze. Pertanto, le DC fungono anche da ponte, collegando la risposta innata a quella adattativa.

Tornando ai dendriti: essi servono ad abbracciare qualcosa, ad allacciarlo, a legarlo. Permettono, inoltre, di aumentare la superficie cellulare necessaria a questa cattura. Trovo difficile semplificare, ma posso dire che Steinman (insieme al suo mentore Zanvil Cohn ed altri) si accorse che queste cellule legavano molecole (o parti di esse), dette antigeni. Le DC sono cellule che presentano l’antigene (APC, antigen presenting cells). Addirittura vengono chiamate “professionali”. Lo fanno di mestiere! Qualcuno si chiederà giustamente di cosa si tratta…

Gli antigeni, come accennavo poc’anzi, sono molecole di agenti patogeni - ad esempio proteine virali, tossine batteriche o sostanze di membrana (come le molecole appartenenti alla parete batterica) - o di cellule trasformate in senso neoplastico (tumorali), in grado di scatenare una risposta immune; ma anche detriti cellulari e non solo. Possono essere molecole, quali proteine, polisaccaridi, lipidi e acidi nucleici, estranee (non self) o endogene, dell’individuo stesso (self).

Il maggior fascino delle cellule dendritiche, a mio avviso, si esplica proprio nell’incontro e nel legame con gli antigeni. È un legame che non scaturisce la morte delle DC. Vi è l’individuazione dell’antigene nei vari distretti dell’organismo, l’unione, l’inglobamento e il caricamento su queste cellule; infine vi è il trasporto (migrazione) verso gli organi linfoidi secondari - come linfonodi e milza. Tutto ciò affinchè, proprio a livello degli organi linfoidi secondari, vi sia il riconoscimento degli antigeni - presentati dalle DC - da parte di altre cellule del sistema immunitario (sempre della classe dei leucociti): i linfociti T.

Linfociti T

Neppure a dirlo, anche di linfociti T ne esistono diversi tipi, ma ora non ci importa. Essi fanno parte dell’immunità adattativa; riconosceranno gli antigeni attraverso interessanti ed affascinanti interazioni e, successivamente, attueranno le loro risposte.
Le DC (per lo meno quelle “convenzionali/classiche”), dunque, presentano l’antigene ai linfociti T. Questa funzione presentante (di APC) ce l’hanno anche altre cellule immunitarie come macrofagi e linfociti B  - altri globuli bianchi.
È un concerto. Il tutto orchestrato dai sistemi di controllo.

Le cellule dendritiche, fronteggiando gli antigeni dei peggiori agenti patogeni, non muoiono, sopravvivono. Conservano questa cruciale informazione data dall’incontro, perchè devono portare a termine la loro mansione. Resistono e presentano l’antigene, attivando - in ultima istanza - risposte specifiche. 
Le DC, quindi, si trovano di fronte entità estremamente aggressive, tuttavia non vengono uccise. Devono avere un non so che di speciale…e questo, per me, è fonte di ispirazione e bellezza. Quasi mi diverte. Espressione di un qualcosa di artistico.

Non solo; partendo da queste osservazioni e nozioni, si sono in seguito rivelate innovative in ambito terapeutico. Si parla di immunoterapia. Le DC vengono, infatti, impiegate per “istruire” i linfociti T a riconoscere e attuare risposte contro cellule patogene o tumorali. Senza entrare nel dettaglio di tutte le loro applicazioni terapeutiche , vi porto un esempio. 
Le cellule dendritiche possono diventare vaccini antitumorali personalizzati: vengono prelevate dall’individuo, “caricate” con antigeni tumorali e reinfuse per attivare linfociti T contro, ad esempio, un tumore della prostata. Formidabile! I trial clinici approvati sono (ad oggi) ristretti, ma è un campo fertile della ricerca.

Vaccini a cellule dendritiche

Avviene tutto a livello molecolare. Ogni passaggio dei vari processi è così importante e intenso: il riconoscimento, l’interazione, il caricamento, la migrazione, ancora il riconoscimento, la sinapsi immunologica, l’abbraccio, la risposta. I processi, con i loro meccanismi molecolari, sono intersecati in una rete dinamicamente omeostatica. 

L’idea che qualcosa ci sia , coperto, già in questo momento e verrà scoperto solo in un altro momento, magari molto lontano. È anche questo che mantiene il gradiente per permettere l’infinita diffusione tra il noto e l’ignoto.
E inevitabilmente contribuisce alla magia della scienza.