UN SEGNALE PER L'NBA
Gara 1 delle Eastern Conference Finals, i Knicks sono sotto di 22 punti affrontando i Cleveland Cavaliers e mancano 7:52 minuti alla fine dell'ultimo quarto. In una situazione del genere, la partita è praticamente chiusa.
Solo che New York ha Jalen Brunson.
Quello che succede oggettivamente ha poco senso: al suono della sirena il punteggio è di 101 pari.
A guidare la rimonta ci pensa Brunson con 15 punti quasi consecutivi, attaccando continuamente James Harden in isolamento, umiliandolo e imponendo una totale onnipotenza cestistica.
L'overtime consegnerà la vittoria ai Knicks, con Brunson che chiuderà con 38 punti tirando col 51,7% dal campo.
È il tipo di presenza mentale e ossessione per la vittoria che separa le star dai giocatori destinati a cambiare una franchigia.
IL PASSATO DEI KNICKS
Il primo titolo per New York risale al 1970, squadra all'epoca guidata da Willis Reed che entrò nella leggenda per le Finals monumentali che giocò. Reed in gara 5 si procurò un grave strappo muscolare alla coscia e la sua stagione era ormai considerata finita.
In Gara 7 però pochi minuti prima del riscaldamento, sotto l'effetto di pesanti infiltrazioni di cortisone, Reed uscì zoppicando dal tunnel del Madison Square Garden. Il pubblico andò in totale visibilio e i giocatori dei Lakers si fermarono, scioccati dal vederlo in piedi.
Reed giocò solo i primi minuti. Segnò i primi due canestri della partita per i Knicks (i suoi unici punti) e, pur non riuscendo quasi a correre, difese duramente contro il gigante Wilt Chamberlain. Quell'atto di puro eroismo trascinò emotivamente tutta la squadra che portò così a casa la vittoria e il primo storico titolo.
Il secondo e ultimo titolo arrivò nel 1973 con Reed Mvp delle Finals, anche se ormai martoriato dagli infortuni alle ginocchia.
Dopo questa epoca per New York di giocatori ne sono passati parecchi, ma dopo il trionfo nel 1973, nessuno ha avuto successo. E in pochi sono riusciti davvero a reggere il peso di una delle piazze più esigenti e incandescenti dell’NBA.
C'è stata l'era di Patrick Ewing, un'icona del gioco e forse giocatore più rappresentativo della storia dei Knicks, che però complice un certo Michael Jordan, è riuscito solo ad avvicinarsi alla vittoria del titolo.
C'è stata ovviamente l'era di Carmelo Anthony, però senza mai riuscire davvero a trasformare New York in una contender. La critica più grande che viene fatta ad una leggenda della NBA come lui è proprio questa.
Restavano i ricordi della Linsanity, le schiacciate di J. R. Smith e le triple di Kristaps Porzingis.
Tutto molto bello, ma come al solito, quando si parla di dover fare i playoff o vincere delle serie in postseason, la risposta è sempre la stessa: non abbastanza. Ormai le aspettative dei tifosi si erano drasticamente ridimensionate.
Poi qualcosa cambia, da Dallas arriva nella free agency del 2022 una guardia sottodimensionata proveniente da una breakout season e che ricercava più spazio. Il talento l'aveva messo tutto in mostra, oscurato però dalla presenza di Luka Doncic.
Mentre era alla ricerca di un contratto, i media gli prestarono parecchia attenzione, come se si stesse parlando di una free agency capace di cambiare gli equilibri della lega. Così tanta che i tifosi iniziarono a stancarsi. Eppure per una volta i giornalisti ci avevano visto lungo.
Quando i Knicks firmarono Jalen Brunson, con cifre importanti, molti considerarono quel contratto uno dei peggiori della lega. Tutti quei soldi sarebbero dovuti essere destinati ad una vera stella e non ad una scommessa.
BRUNSON ERA
Quattro anni dopo, però, quello di Brunson è considerato uno dei migliori affari di tutta la NBA, considerando rendimento e contratto. Ma a parte l'affare quello che questo giocatore è riuscito a fare è forse la più importante che una franchigia può augurarsi: riportare una vera cultura vincente.
Jalen Brunson non è il tipo di giocatore che puoi ignorare. È ormai la prima opzione offensiva e leader dei New York Knicks, una delle franchigie più mediatiche dello sport americano.
In una lega dominata da nomi come Luka Dončić, Shai Gilgeous-Alexander, LeBron James o Victor Wembanyama, non si nomina mai JB. Difficilmente entra stabilmente nella conversazione per l’MVP, non perchè durante la regular season si conservi, ma perchè i suoi colleghi sono ormai anni che piazzano statistiche e stagione storiche, ogni anno sempre più assurde.
Eppure da quando Jalen Brunson è arrivato, i Knicks hanno sempre fatto i playoff, trascinati dal loro nuovo miglior giocatore, con l’ambizione concreta di andare fino in fondo.
È vero: New York non è ancora una contender definitiva. Ma, per la prima volta dopo anni, la direzione sembra quella giusta.
Ai playoff, Brunson ha alzato il proprio livello ogni singola stagione, come fanno solo i grandi giocatori, eppure nessuno gli sta dando la giusta considerazione.
Il suo footwork è tra i migliori della lega.
Ha un tiro da tre molto affidabile, un floater praticamente immarcabile tra i più efficaci visti negli ultimi anni e una compattezza fisica che compensa i limiti di altezza, permettendogli persino di giocare spalle a canestro.
Per capire quanto sia difficile marcarlo basta ascoltare le parole di CJ McCollum che lo definisce "crafty", dopo che i Knicks hanno eliminato la sua Atlanta nel primo turno dei playoff di quest'anno.
2026?
Nella lega Jalen Brunson è ormai sicuramente riconosciuto come una star, ma raramente viene trattato come una vera superstar. Anche perché per anni i Knicks sono stati percepiti più come un grande mercato che come una vera contender.
Forse è arrivato il momento di iniziare a prendere seriamente questa squadra, soprattutto dopo la trade che ha portato Karl Anthony-Towns, da affiancare a giocatori e difensori d'elitè come OG Anunoby, Mikal Bridges e Josh Hart.
Le finali di conference dell'anno scorso sono un segnale importante, ma nella percezione generale dell’NBA una squadra non è davvero “real” finché non arriva alle Finals.
Basti vedere come vengono raccontati romanticamente gli Indiana Pacers e Tyrese Haliburton dopo la loro incredibile passata stagione, terminata con la sconfitta in Gara 7 alle scorse Finals.
Ma una cosa è certa: Brunson crede profondamente in quello che sta costruendo, e quella mentalità si sta trasmettendo a tutta la franchigia. Quest'anno i Knicks sono la versione più matura e profonda degli ultimi anni. Affronteranno di nuovo, per il secondo anno consecutivo, le finali di conference e stavolta da favoriti.
Ora tocca a loro dimostrare di essere davvero pronti, che Brunson può essere il leader di una squadra destinata ad arrivare fino in fondo. E se questi playoff hanno confermato qualcosa, è che Jalen Brunson appartiene finalmente al palcoscenico che merita.