Lo scorso anno ho partecipato come docente a diverse “gite” (pardon, “uscite scolastiche/viaggi d’istruzione”) e sono andate tutte bene: ragazzi presenti, curiosi, un po’ vivaci ( ci mancherebbe) ma sempre rispettosi. Programmi costruiti con cura, un lavoro di squadra tra colleghi che ha funzionato; momenti in cui ho percepito davvero la scuola “uscire” dall’aula.
Fuori dall’aula, infatti, capisci davvero che “mostriciattoli” hai davanti, vedi dinamiche che in classe restano invisibili: nascono alleanze, si sciolgono tensioni, qualcuno trova finalmente il suo posto. Se stai attento, con uno sguardo educativo e amorevole, impari (e insegni) più lì che in settimane di lezione. Eppure, ora che l’anno scolastico è terminato, a mente fredda devo ammettere che la gita è diventata un vero e proprio problema strutturale.
Ne ho parlato nei miei video e i dati (e molti colleghi) vanno nella stessa direzione: oggi una quota significativa di scuole rinuncia o riduce drasticamente i viaggi. Secondo una recente inchiesta del Sole 24 Ore, oltre 4 studenti italiani su 10 quest’anno sono rimasti o resteranno a casa. Parallelamente, in territori come Catalogna e Alto Adige si sono registrate quest’anno forme di “sciopero bianco” legate alle condizioni di lavoro dei docenti.
Se non interverremo rapidamente, non perderemo solo una semplice “vacanzina” (come la chiama chi getta fango ogni giorno su noi docenti), bensì un pezzo di istruzione pubblica. Difenderla significa rilanciarla con tutele nuove per docenti e studenti; altrimenti si spegnerà per logoramento.
Contro la “vocazione” illimitata del prof: servono diritti
Quando ho pubblicato un video sull’argomento, nella sezione commenti è emersa l’amara realtà: una madre scrive “sono dalla vostra parte”; un docente invita a dire di no a ciò che non è dignitosamente retribuito; un altro centra il punto: insegnare non è una missione, è un lavoro professionale. Qui sta l’equivoco che ha retto per anni. Il valore educativo della professione è stato usato per giustificare una disponibilità senza confini. L’amore è stato confuso con il passare per “fessi”.
In gita noi docenti lavoriamo praticamente h24: vigilanza continua, anche notturna; gestione di emergenze, conflitti, spostamenti; responsabilità diffusa. Il tempo eccedente non è riconosciuto in modo stabile a livello nazionale: ergo, nessun compenso extra; i pasti non compresi non sempre vengono rimborsati; le ore in più spesso restano volontariato.
Sul piano giuridico, la vigilanza sugli studenti resta un obbligo serio (la cosiddetta culpa in vigilando), con conseguenze che, al di là dei casi limite non così infrequenti, generano un carico preventivo e psicologico elevato: ogni scelta va motivata, ogni spostamento giustificato. E se succedesse realmente qualcosa ad uno studente? La prova liberatoria per i docenti in gita scolastica (art. 2048 c.c.) è rigorosa: il docente deve dimostrare di non aver potuto impedire il fatto. Non basta l'assenza di dolo, ma occorre provare di aver esercitato una vigilanza attiva, proporzionata all'età e contestuale, e che l'evento era imprevedibile e repentino.
Perciò, ci troviamo spesso a calcolare il rischio di qualsiasi cosa che proponiamo, nascondendo sotto al tappeto un burn-out che arriva (con gli interessi) le settimane seguenti.
Non siamo agenzie di viaggio: progettare è un lavoro
Gli insegnanti non sono tour operator. Eppure sono tenuti a scrivere un progetto con meta, spostamenti e obiettivi didattici del viaggio, spesso contattando autonomamente tutte le strutture tranne quelle alberghiere. In più di un’occasione mi sono ritrovato a trattare preventivi palesemente gonfiati, mentre altro lavoro sommerso è quello della modulistica e delle eventuali delibere collegiali. E, se ve lo steste chiedendo, non esiste alcun obbligo contrattuale di progettare e partecipare ai viaggi d’istruzione.
I genitori lo sanno: o sei “fortunato” e hai i prof “giusti”, oppure tuo figlio sarà privato per anni di un’esperienza fondamentale per la sua vita. Perché il risultato di questo sistema è assai prevedibile: quando il lavoro invisibile cresce e le tutele non tengono, le disponibilità calano. È ciò che si è visto recentemente in Alto Adige e in Catalogna, con forme di “sciopero bianco”: non un gesto contro gli studenti, ma una richiesta di riconoscimento che ha portato ad aumenti contrattuali concreti per i docenti.
Perché, finché l’offerta formativa si regge su disponibilità extra non regolamentate, basta che una quota di docenti dica “così non è sostenibile” perché interi programmi saltino. Non è un capriccio, ma un intero sistema che si scopre improvvisamente fragile.
Costi e disuguaglianze: la gita non è per tutti
Le gite costano sempre di più, chi è genitore lo sa bene: trasporti, alloggi, ingressi, assicurazioni, spese accessorie. Anche con fondi di sostegno per le famiglie con ISEE più basso, la partecipazione resta diseguale. Se il viaggio è davvero parte della formazione, non può essere un lusso. E no, non dipende solo dalla crisi economica e dall’inflazione, ma da un sistema davvero farraginoso e poco trasparente. “Prof, ma davvero spendiamo così tanto? Non erano compresi nemmeno questi extra…”
C’è poi un effetto a catena: procedure più complesse, agenzie che operano dentro vincoli stringenti, scuole che devono garantire sicurezza e trasparenza. Il risultato è un aumento dei prezzi e una selezione implicita e discriminatoria. A questo si aggiungono barriere non solo economiche: accessibilità degli spazi, esigenze sanitarie, supporti necessari per studenti con disabilità. La gita, nata per includere, rischia di escludere proprio chi avrebbe più bisogno di esperienze fuori dall’aula.
La gestione reale: da 25 studenti a un’unica responsabilità
Le “gite” a cui partecipo io di solito funzionano quando c’è un rapporto di fiducia solido a più livelli: docente-studente, docente-genitore, studente-genitore, docente-dirigente, ecc. Nel processo educativo, tuttavia, se uno di questi rapporti si incrina, ti ritrovi a essere un “supereroe”: medico, psicologo, guida turistica… senza alcune competenza. E non tutti i prof hanno (giustamente) queste notevoli capacità di improvvisazione. E, quando non sei riuscito a costruire un rapporto di fiducia, o se semplicemente capita una classe difficile, il docente diventa di fatto il genitore di venti o più ragazzi per quattro giorni, giorno e notte. È un carico troppo grande da affrontare.
Servono protocolli nazionali chiari: rapporti numerici docenti-studenti adeguati; gestione degli studenti con bisogni specifici e dei farmaci; regole su uscite serali e rientri; prevenzione di alcol e comportamenti a rischio; procedure per danni ed emergenze sanitarie, ecc. Uno standard condiviso, che, come spesso succede nell’istruzione pubblica, oggi non esiste.
E serve un patto educativo vero: la gita non è una sospensione della scuola, è scuola in un altro luogo. Libertà e responsabilità devono stare insieme: lo Stato dovrebbe proteggere seriamente i propri lavoratori, pagando le spese legali nell’eventualità in cui qualcosa non abbia funzionato (siamo umani, può succedere).
O la riformiamo, o la perdiamo
La gita scolastica non si salva con la nostalgia né con gli slogan. Si salva riconoscendo che è lavoro, costo, rischio organizzato e, quindi, va regolata e sostenuta. Senza tutele per i docenti, senza accessibilità per le famiglie, senza regole chiare....si spegne lentamente.
Se invece la prendiamo sul serio, resta una delle forme più concrete di istruzione: la scuola che esce nel mondo e insegna adulti e ragazzi ad abitarlo e ripensarlo insieme.