27 febbraio 2025: visita al Musée Matisse de Nice. Una meta non considerata nel mio programma di quell'uscita francese ma arrivata così, quasi per caso. Inaspettata. Come inaspettato fu lo stupore nello scoprire che, in quell'occasione, era stata allestita una sala del museo dedicato al maestro Henry Matisse con alcune delle opere più significative di uno dei grandi guerrieri dell'arte del secondo dopoguerra, il personaggio per eccellenza, incline a sfidare le barriere della materia e del tempo, Yves Klein.
L' ammirazione per Yves Klein e l'intensità delle emozioni che ho avuto la fortuna di sperimentare trovandomi faccia a faccia con le sue opere, mi portano a dedicare a questa immensa autorità, spesso sottovalutata, un breve articolo tratto dal libro "Yves il Provocatore" di Thomas McEvilley, letto tutto d'un fiato un paio di anni fa.
Yves, il francese, rivoluzionario, paladino dell'era dello Spazio e della Performance e proprietario stesso del noto colore blu Kleyn, morto troppo giovane, nei suoi soli otto anni di attività (1954 - 1962) ha lasciato un segno indelebile nella storia dell'Arte collocandosi a cavallo tra Modernismo e post-Modernismo.
Personaggio contraddittorio, nel suo immaginario il focus dell'arte era la vita stessa, più in particolare la vita propria dell'artista. "Dipingere è un modo di esistere" affermava "e il fatto che esisto come pittore sarà il lavoro pittorico più formidabile del nostro tempo". L'artista si appropriava di tutto lo spazio e allo stesso tempo, designando se stesso come oggetto d'arte, occupava un posto in quanto oggetto nello spazio. Il vuoto assoluto era pertanto l'autentico spazio pittorico e da questo concetto nacque una delle sue esposizioni più eclatanti, "Le Vide", dove l'arte immateriale in un'intera galleria metafisicamente vuota sulla riva della Senna, fu venduta a peso d'oro e acquistata da centinaia di visitatori.
"Le vide" così come "Le Saut dans le vide" dove il salto nel vuoto dell'artista stesso , da un edificio vicino Parigi, simboleggiava il superamento dei limiti terreni e la capacità di librarsi nell'aria nella pura libertà spirituale e nella pura creazione di un'opera immateriale, esprimevano appunto il dissenso di Klein verso l'Arte convenzionale, vista come un groviglio di linee che dissacrava lo spazio, confinava, divideva e vincolava lo Spirito che, invece, era ovunque e permeava il quadro, l'osservatore, la galleria, la città, l'universo.

La monocromia era per lui una sorta di alchimia moderna, l'unico modo fisico di dipingere che poteva consentire di accedere all'assoluto. Lo Spirito/Vita era rappresentato dal colore, in particolare dal blu. Blu come la dilatabilità infinita, come lo spazio che contiene tutte le cose, dissolto in se stesso. Blu come l'energia pura che vibra e che comunica direttamente con l'anima dello spettatore.
"Oggi, il pittore dello spazio deve effettivamente andare nello spazio per dipingere, ma deve andarci senza trucco né frode..da solo..: in poche parole deve essere capace di levitare. Sono dunque sfociato nello spazio monocromo, nella incommensurabile sensibilità pittorica. Impregnandomi volumetricamente, mi sono sentito, fuori da ogni proporzione e dimensione, nel TUTTO. Ho incontrato, o meglio, mi sono sentito afferrare dalla presenza degli abitanti dello spazio, nessuno però di natura umana: nessuno vi era giunto prima di me." Diceva.
Lo Spirito blu non solo risiedeva nel quadro ma invitava ad entrarci, anzi conteneva già lo spettatore, ne veniva impregnato. Dal 1957, i suoi primi lavori con le spugne e la convinzione che l'arte doveva nascere con la stessa facilità con la quale una spugna assorbiva il colore. Così come egli identificava i monocromi blu come "ritratti" del cielo, allo stesso modo considerava le "Sculture spugne" come i "ritratti" di coloro che le osservavano.

Percorrendo il suo progresso e allo stesso tempo regresso, la sua pittura e contemporaneamente la non-pittura, in altre opere, Yves riteneva di dover eliminare il coinvolgimento diretto dell'artista richiamando il concetto alchemico secondo il quale il mago era considerato solamente un aiutante della Natura. Quando decise che i "quattro elementi" andavano "catturati" senza l'intervento dell'uomo, nell'edificio di Gaz de France iniziò le sue "Peintures de feu" dipingendo letteralmente con un bruciatore industriale e aggiungendo solamente alla fine qualche tocco di colore, sulle tele quasi smaterializzate, mentre, per catturare "il segno della pioggia", legò una tela sul tettuccio della sua auto e guidò da Parigi a Nizza e ritorno.
Un insegnamento influenzò in maniera particolare il pensiero di Yves, le sue concezioni e la sua Arte. La sua trascendenza e il suo risveglio iniziarono nel 1948 quando si iscrisse all'Associazione Rosacrociana e iniziò la lettura della "Cosmogonia dei Rosacroce" di Max Heindel, fondatore della stessa: oltre all'eredità culturale di Marcel Duchamp, Malevich e Jung, i Rosacroce furono la sua fonte di ispirazione più grande. Max Heindel alchimista moderno, aspirava infatti a liberare lo spirito dai corpi solidi per riportarlo all'unità dell'Eden e il mondo interiore di Yves, alla sua lettura, si illuminò. Era un percorso che portava "oltre" i limiti delle cose, un percorso che gli diede le fondamenta. Le sue opere d'arte, gli scritti e i personaggi che adottava nelle sue performance erano tutti tentativi di incarnare quell'insegnamento nella vita.
In chiusura del capitolo, una frase come spunto per una riflessione in ognuno di noi, pronunciata dall'artista quasi con la volontà di lanciare una profezia. Yves Klein disse : "Il vero pittore del futuro sarà un poeta muto che non scriverà niente ma racconterà, senza dettagli e in silenzio, un immenso quadro senza limiti."