Qualche giorno fa la pausa di riflessione di uno dei più grandi giocatori della storia è giunta al termine: LeBron James sarà un nuovo giocatore dei Philadelphia 76ers.

Sembra una foto generata dall'AI quella di LBJ con la sua nuova maglia, eppure è tutto vero. La scelta ovviamente ha diviso i tifosi, tra chi non vede l'ora di vedere il proprio idolo lottare un'ultima volta per il titolo e chi invece è stanco di assistere all'ennesimo superteam creato per massimizzare le possibilità di vincere.
La domanda direi che sorge spontanea: quale sarebbe stato il modo migliore per concludere la gloriosa carriera di LeBron James? O meglio, esisteva un modo migliore ed eticamente accettabile da chiunque?
Per rispondere prima però bisogna soffermarsi sulla sua carriera. Ci sono così tanti momenti iconici, trionfi e fallimenti, che a ripercorrerla sembra di osservare quattro carriere diverse racchiuse nella stessa persona.


THE CHOSEN ONE

I primi anni in NBA di LBJ raccontano la storia del prospetto più atteso di sempre che è riuscito a trasformare un hype senza precedenti in una delle partenze di carriera più impressionanti della storia della lega. Nell'estate del 2003 viene scelto al draft dai Cleveland Cavaliers, e gli anni in questa franchigia sono stati incredibili dal punto di vista individuale, dato che James è stato in grado di bruciare tantissime tappe precocemente.
In NBA però, è difficilissimo anche solo arrivare vicino alla vittoria nei primi anni in cui si entra nella lega. Ci vuole una combinazione di talento individuale e fortuna nell'essere scelti al draft da una squadra non disfunzionale e che possieda già un nucleo competitivo. Oppure ti chiami LeBron James e sei in grado di portare alle finals nel 2007 (dopo soli 4 anni dal tuo approdo in NBA) una Cleveland il cui quintetto titolare oltre a lui, era composto da Eric Snow, Larry Hughes, Drew Gooden e Žydrūnas Ilgauskas. E sì, se vi state chiedendo chi fossero... tranquilli: me lo sono chiesto anch'io.
Quei Cavaliers non avrebbero mai dovuto giocare le Finals, ci arrivarono solo perché avevano LeBron James. La sua crescita culminò con il suo primo premio di MVP nella stagione 2008-09, seguito da quello nella stagione successiva. Ma più passavano gli anni, più diventava evidente una verità: da solo non avrebbe mai vinto un titolo.

Copertina di Sports Illustraded nel 2002

THE DECISION

Nel 2010 arriva il momento che cambierà per sempre la percezione pubblica di LeBron: The Decision. I Cavaliers non sono in grado di costruirgli una squadra intorno, e per questo LBJ decide di portare i propri talenti in Florida, più precisamente a Miami. Questo è il primo momento in cui l'opinione pubblica gli si rivolta contro.
Considerando inoltre che gli Heat avevano già un fenomeno in squadra come Dwyane Wade col quale si era accordato per unire le forze a Miami, insieme a Chris Bosh, stella dei Toronto Raptors.
Si formò così quello che molti considerano il primo superteam moderno creato dalle scelte dei giocatori - o forse il secondo, dopo i Celtics di Paul Pierce, Kevin Garnett, Ray Allen e Rajon Rondo - . Arrivano due MVP e due titoli, ma anche una delle sconfitte più pesanti della sua carriera: le finals perse contro Dallas nel 2011, in cui disputa probabilmente la peggior serie della sua carriera proprio nel momento più importante.
Quelle critiche lo accompagneranno per anni. E quando arriverà il momento di lasciare Miami, la possibilità di tornare a Cleveland assumerà un significato completamente diverso: non solo provare a vincere, ma dimostrare di poterlo fare nel modo più romantico possibile.

LeBron James, Chris Bosh e Dwayne Wade agli Heat

IL RITORNO A CLEVELAND

Nel 2014, dopo quattro anni in Florida, LeBron torna a casa con un obiettivo preciso: riportare un titolo in una città che lo aspettava da sempre. Durante la sua assenza Cleveland aveva costruito una base attorno a una giovane stella come Kyrie Irving. La squadra ha talento, ma non sembra ancora pronta per competere al massimo livello, ma l'arrivo di LBJ cambia tutto. Grazie anche all'acquisizione di Kevin Love, LeBron porta la squadra a 4 finali consecutive.
Il bilancio finale sarà di tre sconfitte e una sola vittoria, ma il contesto rende quei risultati molto più complessi da giudicare. L'avversario affrontato ogni volta per 4 anni consecutivi sono i Golden State Warriors, una squadra che nei primi anni ha rivoluzionato il basket moderno con il tiro da tre e il ritmo esasperato. Negli ultimi due invece, dopo l'arrivo di Kevin Durant, forse è stata la squadra più forte mai vista su un campo da basket, confermandosi una formazione talmente dominante da rendere la competizione quasi impari.
Nonostante queste 3 sconfitte la stagione 2016 cambia tutta la narrativa. LeBron ha portato i Cavs acciaccati a causa degli infortuni alla solita finale, ma le cose non vanno e si ritrova sotto 3-1 contro i Warriors.
Nella storia della NBA nessuna squadra era mai riuscita a rimontare uno svantaggio simile, eppure prestazione storica dopo prestazione storica LeBron James, al termine di una Gara 7 da consegnare ai libri della narrativa epica, riesce a consegnare il titolo alla sua amata Cleveland.
Una vittoria che da sola consacrerebbe chiunque nell'olimpo del basket, ma per il Re è soltanto un'altra pagina di una storia ancora più grande.

Vittoria del titolo nel 2016 dei Cleveland Cavaliers

LOS ANGELES LAKERS

Dopo l'ennesima battaglia persa contro il dominio dei Warriors, LeBron capisce che il ciclo di Cleveland è ormai concluso. Si unisce ai Los Angeles Lakers, la squadra simbolo della pallacanestro americana. Los Angeles diventa così il capitolo più lungo della sua carriera: otto stagioni, più di qualsiasi altra franchigia abbia mai rappresentato.
Riesce a vincere il titolo nel 2020, insieme ad Anthony Davis, portando cosi il suo bottino personale a 4 anelli. In questa frazione della sua carriera, LeBron non è più semplicemente un atleta dominante: è diventato la versione più completa possibile di un giocatore di pallacanestro.
Supera il record di punti di Kareem Abdul-Jabbar, una delle statistiche più intoccabili nella storia dello sport. Diventa inoltre il primo giocatore nella storia NBA a condividere il campo con il proprio figlio Bronny. Le squadre che la dirigenza dei Lakers gli costruisce attorno sono spesso non all'altezza, ed inoltre le pretese su un James ormai quasi quarantenne non sono più cosi alte, non si ha l'obbligo di dover vincere per forza ogni anno.
Eppure ogni stagione continuava a produrre numeri che per qualsiasi altro giocatore sarebbero stati straordinari, ma che nel suo caso sembravano quasi normali: circa 25 punti, 8 assist e 7 rimbalzi di media. Numeri che per un giocatore cosi in là con gli anni non si erano mai neanche lontanamente visti.
Quest'estate però il contratto con la franchigia Californiana è scaduto e, complice anche la presenza in squadra di un ben più giovane Luka Doncic, i Lakers hanno bisogno di ricostruire attorno alla loro nuova stella. Per la prima volta nella sua carriera, anche LeBron deve fare i conti con il tempo.

Canestro di LeBron James con cui è diventato il detentore del record di punti

L'ULTIMA SCELTA

Ed ecco come si è arrivati alla notizia di qualche giorno fa: LeBron James ai 76ers. Una scelta che, agli occhi di molti, richiama quella di Miami: ancora una volta LeBron sceglie una squadra costruita per competere immediatamente, con del talento pressochè smisurato - Joel Embiid e Jaylen Brown su tutti - .
Ma può anche essere interpretata come il ritorno a Cleveland del 2014: una scelta fatta non per dimostrare agli altri, ma per rispondere a una propria esigenza. Stavolta però il regalo non vuole farlo a una città. Vuole farlo a sé stesso. Al "ragazzo" che, a 41 anni, non avrebbe mai immaginato di poter essere ancora protagonista in una squadra costruita per vincere un titolo.
Al "ragazzo" di Akron che sognava di dominare il basket e che oggi, dopo una carriera impossibile da immaginare, vuole semplicemente dimostrare a sé stesso di poterlo fare ancora.
Sarebbe la ricompensa per tutti i sacrifici fatti in una vita intera, per mantenere un corpo fuori dal comune e allungare la propria carriera oltre ogni limite immaginabile.

"It's a Philly King" - The Philadelphia Inquirer, 25/07/2026

Fatto sta che si può discutere, ma entrambe le versioni hanno un fondo di verità, sarà solo il tempo a stabilire se questa scelta è quella giusta e se porterà ad un ultimo titolo e, in tal caso, se questo verrà recepito bene o male dall'opinione pubblica.
L'unica cosa che si può fare, ora come ora, è continuare ad ammirare la grandezza di un giocatore che è sicuramente l'icona e la rappresentazione di un'intera generazione. E solo quando il Re avrà abdicato, decidere da che parte stare.