Nel primo articolo della mia nuova rubrica Percydicuore, sottosezione #1 "Le cose che non ci siamo mai detti", ci eravamo lasciati con una domanda tanto semplice quanto pericolosa: “Qual è la frase d’amore che non hai mai detto a nessuno?”
Alcuni, alcune, hanno avuto il coraggio di scrivermi. Per proteggere questi coraggiosi e coraggiose userò nomi fittizi, ma non casuali. Un po’ per privacy e un po’ per divertimento narrativo.
Ma prima di iniziare vorrei citare una canzone di Kevin Kaarl che amo e che avrò il piacere di cantare presto insieme a mio fratello, in un evento di cui vi dirò subito sotto. Si intitola Vámonos a Marte. E dice una cosa molto semplice: portami via da qui, dove non riesco a dirti quello che sento.
dejemos la tierra llena de gente tan mierda que nos quiere aplastar
L’ho scelta perché si sposa bene con Palabras de Amor, l’evento che insieme a mio fratello, Ale El Condor, abbiamo organizzato per venerdì 27 marzo alle 20.00 al Caffè Novecento, a Porto San Giorgio, e in cui abbiamo deciso di portare questa idea: creare uno spazio in cui le parole non devono essere perfette per esistere.
Io porterò le storie d’amore più belle, anche quelle che mi avete affidato in questi giorni, e accanto a me, chitarra e voce, Alessandro farà quello che spesso manca: tenere aperto il tempo, cantando le canzoni più belle della tradizione indie latinoamericana contemporanea e facendoci ballare tutti.
Durante la serata ci saranno dei bigliettini sui tavoli da lasciare in una mystery box, dentro la quale potrete inserire risposte a domande d’amore. Senza nome, senza spiegazioni. È un modo, in realtà, per entrare in una forma di relazione diversa e più autentica tra noi.

Finita la piccola parentesi di auto-spamming dei miei eventi Percydicuore, torniamo a voi e alle risposte che mi sono arrivate e che avevo promesso di ricondividere.
Inizierei da uno scambio avuto sulla chat di Instagram con Euridice, la quale esordisce in maniera diretta e provocatoria

“...Ho letto l’articolo, davvero davvero bello, arriva dritto al cuore e alla mente di chi lo legge e, ti dirò, se ti ritrovi in queste situazioni ti porta a ragionare. E lì appunto io l’ho ragionata così: abbiamo scritto qualcosa nelle note, magari di getto, qualcosa che in quel momento credevamo dovesse essere tirato fuori, anche solo per noi stessi. Eppure… se non sono stati mandati vuol dire che, al di là della mera paura, forse a volte lasciamo questi messaggi in sospeso appositamente. Magari sono solo uno sfogo per noi, per chiarirci le idee e metterle per iscritto nella speranza di capire cosa fare e dove andare. Anche perché sennò allora che ne è stato del “se vuoi una cosa vattela a prendere”? Il sunto di tutto ciò io l’ho interpretato così: se non è stato mandato quel messaggio, forse non era qualcosa che volevamo davvero, perché di solito, quando vuoi qualcosa, in un modo o nell’altro ti attivi. E trovi il modo di esternalizzare ciò che senti. Comunicare, parlare, ascoltare, ascoltarsi, essere emotivamente disponibili e mettersi in gioco… oggi tutto questo sembra essere ancora più difficile di quanto si pensi, e non tutti ci riescono, adulti o ragazzi che siano. E sembra che tu stia lasciando tanti piccoli segnali chiari per creare un percorso di questo tipo. Stai facendo davvero delle belle cose 🤍”
Ad Euridice ho risposto così:
“Non sono sicuro che i messaggi non inviati siano sempre messaggi non voluti. A volte sono semplicemente messaggi troppo veri. Ci sono parole che restano nelle bozze non perché non le desideriamo, ma perché sappiamo che cambierebbero qualcosa. E cambiare qualcosa fa paura. Un messaggio può aprire una porta e/o chiuderne un’altra. E allora restiamo lì, inebetiti, a guardare quella frase scritta e riscritta, inviata o non inviata. Non è sempre vigliaccheria. A volte è solo il momento in cui capiamo che dire l’amore ad alta voce lo rende reale. E quando qualcosa diventa reale non possiamo più far finta di niente.”
Forse è per questo che molti messaggi restano nelle bozze. Un po’ perché non li vogliamo dire, un po’, più nel profondo, perché sappiamo che dopo quel messaggio non saremo più gli stessi.
La scelta dei nomi, in cui gli autori delle risposte potranno riconoscersi, non è casuale e non è nemmeno esclusiva. L’ho voluta perché oggi anche l’immaginario sentimentale dei più giovani passa da un mondo di anime e serie TV in cui ci possiamo riconoscere alle due di notte. Le confessioni che mi sono arrivate, e a cui ho dato un nome diverso, in realtà contengono le parole delle nostre serie o canzoni preferite, le stesse parole che ci abitano tutti.
Hermione Granger, ad esempio, mi scrive una frase lapidaria:
“Ti amo ancora. Ma non serve a niente.”

Non scrive a me, aspettate: scrive come risposta alla domanda lanciata sulle storie Instagram, a chiosa dell’articolo dell’altra volta:
“Qual è la frase che non hai ancora detto a nessuno?”
In qualità di professor Silente, quale mi atteggio in questo frangente, mi accingo a constatare, nella mia non modesta opinione, che emerge qui l’illusione più diffusa: che l’amore debba avere uno scopo, un risultato. In realtà, l’amore spesso resta anche quando non produce più un legame.
Un altro ragazzo, a me molto caro, che voglio chiamare Ash Ketchum, eroe della serie Pokémon, rispondeva così una settimana fa:
“Non ti ho scritto ma ti ho pensato 24 ore su 24.”

Pensare qualcuno senza scrivergli è diventato uno dei gesti più comuni della nostra generazione. Il telefono offre la possibilità di parlare in qualsiasi momento, ma proprio questa possibilità infinita rende il gesto dell’invio più carico di significato: significante e significato diventano più potenti del messaggio stesso. Come diceva McLuhan, il medium è il messaggio, e questa sospensione veicola qualcosa di ancora più interessante, di cui vi sto raccontando in questa rubrica.
“Ci siamo fatti un bel viaggio…” è invece la citazione di una canzone di mio fratello Giovanni Neve, che, qui spoilero l'identià dell'autore della risposta, appartiene alla penna di un mio mentore famoso. Complimenti dottore, ho apprezzato la scelta indie da ultimo dei romantici. E continuerei con un “Come se poi per farla franca bastassero farfalle sulla pancia...”
🦋 🦋 🦋 🦋 🦋 Ne approfitto come canzone consigliata per la sezione "Una canzone da ascoltare".
Il mio amico, anzi il mio vicino, Totoro, affida invece tutto a due parole che amo, capaci da sole di dare la forma più essenziale della presenza di chi è assente:
“Ti penso.”

Quanto, pensare a qualcuno, è tenerlo dentro la propria mente anche quando la relazione non ha più nessuna forma?
Un altro supereroe che amo scrive così:
“Avrei voluto dirti solo ‘resta’, ma non l’ho fatto perché sentivo che non era giusto chiedertelo.”
L’ho ribattezzato Spider-Man, perché ha saputo muoversi nel territorio più difficile dell’amore: il limite.
“Ti vorrei raccontare la mia giornata, ma non è giusto, lo so.”
Anche qui c’è un’attenzione e una cura del limite che mi fanno venire la pelle d’oca. Per me questa è poesia. Chiedere a qualcuno di restare implica sempre una domanda implicita: quanto posso chiedere all’altro? Credo che in amore il desiderio conviva con il rispetto della libertà altrui, e questa tensione può produrre, come conseguenza immediata, soltanto il silenzio.
“Se ti scrivessi adesso, farei finta di niente. Ma non sarebbe vero.”
Alle 22:45: “Non ti ho più scritto, ma ogni tanto controllo se sei online e mi sento male.”
Da qui si apre una questione che riguarda il tempo. Non tanto lo “stalkeraggio”, parola ormai troppo facile — anche se pure quello ha a che fare con tempo e spazio. Il nostro tempo ha inventato qualcosa di più sottile: una nuova forma di nostalgia. Lo stato online. Credere in una piccola luce verde, in un testo minuscolo, grigio, quasi invisibile, che promette la presenza dell’altro. Una scritta che appare e scompare: “online”, oppure “sta scrivendo…”. Un segnale minimo, eppure sufficiente a riaccendere tutto. Anche quando la relazione è finita. In quel piccolo intervallo di tempo si gioca una parte della nostra vita emotiva. Un’attesa fatta di micro-scosse neurologiche, di dopamina che sale e scende, di oscillazioni continue: tra lo stato di veglia di chi controlla lo schermo e quello quasi catatonico di chi resta fermo davanti al silenzio. Un pendolo che va dall’online all’offline. E nel mezzo, spesso, restiamo noi.
"Sono così numerose che ne ho perso traccia", "vederti mi fa e mi farà sempre lo stesso effetto". Le ultime vostre risposte che ci tengo comunque a condividere e su cui tanto altro si potrebbe ancora dire.
Comunuqe, in questi giorni, il mio spazio digitale si è trasformato in un archivio di tracce, o in un cimitero di amori che ricorda le ambientazioni di Wuthering Heights. E a me, onestamente, va bene così: è il taglio che desideravo dare alla rubrica.

Le vostre risposte, tracce, frammenti di un discorso amoroso alla Roland Barthes, o graffi su tele digitali di chat e conversazioni di un desiderio che pulsa, spinge, da sotto le macerie della nostra mediocrità e vita borghese, cercano una forma per non restare solo sintomo? La risposta a voi.

Leggere le vostre “bozze mai inviate” e provare a fare filosofia e letteratura insieme resta un tentativo di amare. E come diceva Rilke, amare è, etimologicamente, tentare di negare o ingannare la morte attraverso il contatto possibile di due — o più, aggiungo io — solitudini.
Nelle vostre confessioni ho trovato la verità nuda della nostra epoca. Se devo tirare una sintesi, spinto dalle questioni che avete sollevato, oserei dire così: da una parte, abbiamo l’illusione a cui ci siamo affezionati, che il silenzio sia una forma di prudenza, uno scudo per preservare l’ideale dell’amore dalla “sporcizia” del quotidiano o dal rischio del rifiuto. Come se l’amore fosse un oggetto prezioso da tenere sotto una teca di vetro, immobile e intatto. Dall’altra, però, ci rendiamo conto — come ha detto Euridice — che: “Se non è stato mandato quel messaggio, forse non era qualcosa che volevamo davvero”. Questa osservazione ci sposta dal piano della paura a quello della responsabilità verso il proprio desiderio. Ho imparato che l’amore non è contemplazione, ma movimento. Il desiderio non è una vetrina da ammirare o un corpo da usare, ma una forza che vuole portarti a incontrare realmente la bellezza che abita questo mondo.
Quando alla lavagna scrivevo: “Hai agito in conformità al desiderio che ti abita?” non chiedevo ai miei studenti se fossero felici, ma se restassero fedeli a quella spinta vitale che ci rende umani.
Perché l’amore abita esattamente lì, sulla soglia in cui il corpo si spoglia della sua natura biologica di possesso per farsi linguaggio. In quel confine, il bacio smette di essere un gesto pulsionale e diventa la ricerca, l'inovcazione del senso dell'altro, una domanda di presenza che solo la parola sa esaudire o almeno abitare e curare.
Venerdì sera saremo a cena a Porto San Giorgio, presso il Caffè Novecento di Sara, continuando a parlare insieme di queste cose, suonando, cantando e anche ballando. Perché la comunicazione, e la creazione di nuove relazioni, siano per me sotto il segno di una normalità e condivisione autentica, senza alcuno snobismo intellettuale.
Sarà uno spazio in cui deporre i lustrini e le armature, per tornare a guardarci e parlarci. Pensateci intanto, perché vorrò leggerlo nei bigliettini che venerdì mi lascerete nella mystery box:
"Quando è capitato, l'ultima volta, che un incontro o una parola ti abbiano restituito a te stesso con un senso di completezza?"
Che hai da fare venerdì 27 ?