Cosa ci permette, dopo ogni naufragio, di ritrovare la strada di casa? Perché l’amore, come scriveva Matteo Bussola in una citazione che porto sempre nel cuore, ha sempre a che fare con qualcuno (o qualcosa, aggiungo io) in grado di riportarci a casa?

Oggi parliamo di tre parole che spesso confondiamo, ma che sono i tre vettori della nostra navigazione: la Fede, la Fiducia e la Fedeltà. Lo facciamo attraversando due grandi odissee: quella epica di Omero rilanciata dalla grande odissea cinematografica e interstellare di Christopher Nolan, e quella esistenziale, quotidiana, filosofica, politica, di ciascuno di noi. Intendendo con politica tutto ciò che costituisce un gruppo di azioni di individui che interferiscono col bene o col male comune, perché ogni individuo in realtà è la città a cui appartiene, la famiglia in cui è cresciuto, le relazioni che si è costruito.

FEDE

Se la fiducia si gioca nel presente e la fedeltà nel tempo, la Fede è ciò che accade nello spazio dell’invisibile. San Paolo scriveva che la fede è «sostanza di cose sperate e prova di ciò che non si vede». In amore, avere fede significa accettare che l'altro, anche se assente dal nostro sguardo o muto sul nostro schermo, abiti ancora una parte fondamentale della nostra architettura interiore. In Interstellar di Christopher Nolan, la fede assume la forma di una percezione che sfida le leggi della fisica.

Murph continua a credere nel ritorno del padre Cooper non perché abbia prove tangibili, ma perché sente che l’amore è l’unica dimensione — esattamente come la gravità — capace di attraversare il tempo e lo spazio. La fede di Murph è la capacità di leggere i segnali nel silenzio, di trasformare una libreria che "parla" in un ponte verso l'altrove. Come abbiamo imparato nei nostri primi "pezzi d’amore", il desiderio non è consumo immediato, ma una mancanza che sa aspettare. Murph non consuma l'immagine del padre; lei lo attende con una vivacità che Sant'Agostino definirebbe come un «esercizio nel desiderio» per dilatare l'anima. Questa stessa sostanza sorregge l'Odissea di Omero. Se Ulisse riesce a ritrovare la strada di casa dopo ogni naufragio, è perché possiede la fede nel proprio ritorno. Non è solo nostalgia; è la certezza che esista un luogo — Itaca — che lo definisce. E a Itaca, la fede di Penelope è ancora più radicale: lei non aspetta un uomo, ma la verità di una promessa.

Angelica Kauffman, Penelope piange sull’arco di Ulisse

La fede, qui, è l'atto di tenere aperto il tempo dell'incontro attraverso il rito del tessere e dello scucire. È la resistenza contro chi vorrebbe convincerla che l’altro è "morto", che il legame è svanito. Come canta D'Avenia: "Resisti, cuore". Penelope sa che «l’amore è il modo che la vita ha trovato per sfidare la morte». Ma la fede non è solo un fatto privato. C’è una dimensione politica della fede che ci riguarda tutti. Se ogni individuo è la città a cui appartiene e la famiglia in cui è cresciuto, allora le nostre azioni non sono mai isolate. Avere fede significa credere che il bene comune sia costruito da legami invisibili ma reali. Politica, in questo senso, è la capacità di agire per il bene dell'altro anche quando non ne vediamo l'immediato "utile" aristotelico. È la decisione di non ridurre l'altro a una cosa da usare e passare oltre, ma di riconoscerlo come parte di un corpo sociale vivo. Avere fede nel ritorno — di un padre, di un amante, o di una dignità morale perduta — significa agire oggi in conformità al desiderio profondo che ci abita. Significa smettere di guardare alla mancanza come a un vuoto che ci annulla, e iniziare a vederla come lo spazio in cui la nostra identità, sfrondata dai ruoli sociali di "senatore, professore o direttore", può finalmente farsi umana e vera.

FIDUCIA

Se la fede guarda lontano, la fiducia è ciò che ci serve qui, ora, nel fango del quotidiano. Se la fede abita lo spazio dell’invisibile, la Fiducia si configura come il dispositivo tecnico necessario per abitare il trauma del presente. Per comprenderne la densità, occorre risalire alle sue radici: la parola fiducia affonda in quel terreno indoeuropeo (bheidh-) che ha generato il greco pistis e il latino fides. È una radice che lega indissolubilmente il «persuadere» all’«obbedire»: peithomai significa infatti «obbedisco perché sono persuaso». La fiducia, dunque, non è un atto di sottomissione cieca, ma un’adesione libera e responsabile a una verità che ci ha convinti. In sanscrito, la radice fid significa «legare»: fidarsi è il coraggio di lasciarsi annodare all’altro, accettando che la nostra autonomia venga incrinata per aprirsi a ciò che non siamo. Questa evoluzione del sentire segna il passaggio dall'Iliade all'Odissea. Se nell'Iliade domina Achille — l'eroe dell'impulso primordiale, della forza fisica che cerca di dominare il mondo col furore — nell'Odissea emerge Ulisse, l'uomo dal «multiforme ingegno» (polytropon). Ulisse non si fida della forza bruta; si fida della parola, dello stratagemma, della capacità di leggere i segni. Il suo ritorno a Itaca sotto le spoglie di un mendicante è l'esperimento più radicale sulla fiducia: egli depone il «ruolo» — non è più il Re, il condottiero, il senatore — per farsi persona ferita. Ulisse mette alla prova la tenuta dei legami non mostrandosi nella sua gloria, ma nella sua fragilità, perché la fiducia autentica non si rivolge alla «vetrina» del successo, ma a quella verità nuda che emerge solo quando qualcosa cade. Nel senso di fiducia troviamo un riflesso politico immediato. Se ogni individuo è «la città a cui appartiene», allora la fiducia è il collante della Repubblica. La crisi contemporanea delle istituzioni è, in fondo, una crisi della fiducia: quando l’immunitas (la protezione egoistica, il chiudersi nella propria «tana») prevale sulla communitas (la condivisione del dono, il cum-munus), il legame sociale si spezza. Essere affidabili significa allora sforzarsi perché non ci sia scollamento tra parola e azione, rifiutando di ridurre l'altro a una cosa da «usare e passare oltre». Nella quotidianità, la fiducia è l'atto di abitare le proprie crepe senza fingere di essere interi. Come scriveva un autore a me caro, la nostra umanità è bella proprio perché è incompiuta: le «cose fragili» bramano essere ciò che ancora non sono e cercano l'amore per fiorire anche nel deserto. Avere fiducia significa accettare che «un futuro, da soli, non si costruisce in due». È la decisione etica di restare, non come possesso, ma come domanda di presenza. Lo sapeva già bene Sartre quando dichiarando che "l'Inferno sono gli altri" in realtà ci sta insegnando che in amore solo l'altra persona permette alla nostra vita di smettere di essere «povera» nello sguardo e tornare a essere un'appassionante esplorazione delle possibilità. Nelle "cose d'amore" non ci si fida di chiunque, ma solo di chi sembra conoscere così bene le nostre oscurità da poterci guidare dentro e fuori da esse.

E tu? In quale abisso hai avuto bisogno di un legame e di essere guardato davvero per non perderti?

FEDELTÀ

Arriviamo alla parola più scomoda. Fedeltà. Spesso, nella nostra "modernità liquida", la percepiamo come una rinuncia, un dovere morale polveroso o una "tana" sicura in cui nascondersi per paura del mondo. Ma l’Odissea di Omero ci racconta una storia diversa. La fedeltà di Penelope non è un’attesa passiva o rassegnata; è un’azione quotidiana, un dispositivo di resistenza. Tessere e scucire la tela non è un passatempo, ma l’atto politico di chi tiene aperto il tempo dell’incontro contro l’invasione dei Proci, che vorrebbero ridurre l'amore a consumo e l' oikos (la casa) a una merce di scambio. Come suggerisce Denis de Rougemont, la fedeltà è una «follia di sobrietà». Non è la passione travolgente che ci "fa cadere" (falling in love), ma la decisione consapevole e "ostinata" di restare. In questa prospettiva, la fedeltà smette di essere subìta come una condanna per farsi amore-azione. Anche per Spinoza e per la psicanalisi lacaniana, l'amore autentico è ciò che trasforma il "patire" della passione in un atto creativo: l’impegno di creare l’altro ogni giorno, come se fosse un’opera d’arte. Questa dimensione ha un riflesso politico profondo. Se, come abbiamo detto, «ogni individuo è la città a cui appartiene», allora la fedeltà è il collante della communitas. Il Catechismo della Chiesa Cattolica e la tradizione dei Padri, come Sant’Agostino, parlano dell’unione come di un camminare "fianco a fianco" verso una meta comune, riconoscendo nel legame il «primo naturale fondamento della società umana». Essere fedeli non significa essere statici o "piatti", ma nutrire il munus (il dono/compito) che ci lega all'altro e, di riflesso, alla collettività. Tradire questo legame non è solo un fatto privato; è incrinare l'architettura stessa della città che abbiamo costruito insieme. L’esistenzialismo di Jean-Paul Sartre ci ricorda però il peso di questa scelta: l’angoscia nasce proprio quando ci svincoliamo dall'agire quotidiano e capiamo che «niente ci impedisce di giocare» o di andarcene. Restare è quindi un atto di libertà estrema, una risposta all'esposizione totale che la poesia di Sylvia Plath descrive come un risveglio sotto un sole che non perdona. È il coraggio di abitare le proprie crepe, sapendo che è da lì che entra la luce. Come suggerisce Alessandro D’Avenia, la fedeltà è la fedeltà al proprio «momento di rapimento». È quella "nitida chiarezza" in cui, per un istante, abbiamo capito chi volevamo essere e accanto a chi volevamo abitare il mondo. Penelope e Ulisse si riconoscono non per i lineamenti sfigurati dal tempo, ma per il segreto del loro letto: un’architettura vivente, intagliata in un ulivo radicato a terra, che non può essere spostata né consumata dal traffico della vita.

E tu, a quale "rapimento" stai cercando di restare fedele oggi?

FINE

In questa quinta tappa di Percydicuore, in questo discorso d'amore del naufrago, abbiamo visto come la navigazione attraverso i mari in tempesta dell'esistenza si risolve in un esercizio di maieutica del legame, un esercizio anche muscolare che comporta certo una fatica nel pagaiare contro le onde. Le nostre odissee personali, fatte di silenzi nelle bozze e di sguardi incrociati lungo via del Tritone, trovano la loro rotta solo quando Fede, Fiducia e Fedeltà smettono di essere concetti astratti per farsi architettura vivente. La Fede ci ha insegnato a guardare l'invisibile, a sentire quella "gravità" che, come nel film Interstellar di Nolan, unisce un padre e una figlia attraverso i secoli e i buchi neri, o Odisseo e Telemaco, ricordandoci che l'amore è l'unica cosa che trascende le dimensioni del tempo e dello spazio. La Fiducia ci ha offerto il coraggio di deporre l'armatura del "ruolo", vedi Achille, il senatore, il professore, il direttore, per mostrare ciascuno di noi nella nostra verità nuda, accettando lo sguardo dell'altro che ci spoglia e ci regala allo stesso tempo un'identità. Infine, la Fedeltà, non come quieto vivere, ma sobria follia, azione protagonista e quotidiana, tessere e scucire ostinato che trasforma la passione subìta in un atto creativo: il tentativo di creare l'altro, ogni giorno, come un'opera d'arte. Tutto questo ha una valenza politica profonda. Se è vero che ogni individuo è la città a cui appartiene, allora restare fedeli a un legame, nutrire la fiducia e abitare la fede significa ricostruire la communitas dalle fondamenta. Significa passare dalla logica del consumo e dell'uso dell'altro a quella del valore e del riconoscimento. Il nostro ritorno a Itaca non è il raggiungimento di una meta geografica, ma il recupero di quella dignità morale che ci permette di dire finalmente la verità al desiderio che ci abita. Civitanova con i suoi giovani, da noi di Kukà Magazine, a Francesco Sebastiani (anche lui da poco nel nostro progetto), Civitanova Social Hub, Cluana Hub, Marta e Lorenza con i loro SrP, Veder crescere dialogo di Andrea Foglia, CB Culture di Giulio e Riccardo, Sted e molti altri, sappiamo che tutto l'impegno ha valore politico nel senso che ci interessa la nostra città e comunicare per intessere relazioni, sapendo che l'amicizia si gioca nel ricordo che si è sempre stati un po'poveri insieme, e qualche volta felici. Non serve essere "interi" per tornare a casa. Serve essere veri. Serve accettare che il sacco dell'anima si sia allargato attraverso il dolore della mancanza, rendendoci finalmente capaci di ricevere più vita. Per noi ma soprattutto per chi abbiamo intorno e per chi verrà dopo di noi.

E allora, a quale di queste odissee senti che appartiene il tuo cuore?

📩 Scrivete la vostra storia a [email protected]

Perchè le vostre storie sono i segnali che accendono le stelle nel buio della nostra navigazione. E se la strada vi sembra ancora lunga e tortuosa, fate come Ulisse da Circe e Calpypso, senza attardarvi troppo però: fate l'amore. Penelope e Ulisse si riconosceranno non per il volto segnato dal tempo e dai naufragi, ma per il segreto del loro letto, un'architettura vivente che hanno costruito insieme e che nessuno può sconfessare, come tatuaggio indelebile e segreto dell'amore, che è sempre solo tra due.

E voi? In quale di queste tre dimensioni vi sentite oggi più fragili?

Vi manca la Fede per credere in ciò che non vedete ancora?

Vi manca la Fiducia per lasciarvi guidare e guardare da qualcuno che non vi giudichi nei vostri abissi?

O vi manca la Fedeltà per trasformare la passione in una costruzione quotidiana?