«Sembrerebbe esserci una qualche somiglianza tra il modo in cui Eros opera nella mente di un amante e il modo in cui il conoscere opera nella mente di colui che pensa. (...) Quello che vorrei capire è perché queste due attività umane, l'innamorarsi e il conoscere, mi facciano sentire veramente viva. (...) Esse hanno al loro centro la stessa delizia, quella di protendersi, e comportano la stessa sofferenza, quella di non essere all'altezza o di essere manchevoli».
Anne Carson, Eros il dolceamaro, Milano, Utopia Editore, 2021, p. 89.
Ho incontrato per la prima volta l'opera di Anne Carson un paio di anni fa allo stand di Utopia Editore alla Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria. Sapevo che scrivesse libri, ma non ero mai riuscita a capire esattamente quali, o meglio, sapevo avesse scritto l'Autobiografia del rosso e sapevo che fosse in versi ma non capivo perché, e sapevo che si occupasse di poesie ma non mi era chiaro se fossero le sue o se semplicemente le traducesse dal greco o dal latino o da qualche altra lingua antica. Mi era chiaro, dunque, che l'ibridazione fosse il principio della sua scrittura, nient'altro. Il conferimento del Premio Nobel per la Letteratura l'8 ottobre 2026 mi ha riportata a quel primo incontro.
Eros il dolceamaro, il libro che ho comprato quel giorno, risultato della pubblicazione della sua tesi di dottorato in Lettere classiche, è stata una di quelle letture a cui la mia mente ritorna più spesso, una di quelle letture che hanno strutturato il mio modo di pensare. Gli autori o le autrici sfuggenti alla categorizzazione, audaci nelle forme e nelle scelte linguistiche, sono quelli che solitamente, per gusto personale, risuonano con la mia ricerca esistenziale e me la restituiscono in un'immagine riflessa che rimbalza su specchi e superfici fino ad arrivarmi nuova e accecante. In Carson, oltre a tutto questo, ho riconosciuto una forza vitale in continua tensione, una sorta di euforia inquieta alla base della sua scrittura. Al contempo, la precisione filologica rimane accurata e puntuale.

Pensavo che l'indagine riguardasse una genealogia dell'Eros, il "desiderio", all'interno della letteratura e della cultura classica. In realtà, il centro focale della riflessione è l'altro elemento, il dolceamaro: a Carson interessa il paradosso del desiderio, il punto cieco alla base della sua struttura, le interessa il desiderio proprio in quanto qualcosa – l'unica cosa – che pone le sue fondamenta su un abisso, un'assenza, una mancanza. Cosa può mai essere generato a partire da presupposti così sfuggenti e ineffabili?
La definizione di Eros bifronte non è nuova, basti pensare, oltre al neologismo saffico che accosta dolcezza e amarezza, all'odi et amo catulliano. Ma il ragionamento si complica quando arriva a coinvolgere un terzo elemento: la struttura tripartita del desiderio. C'è un amante, un amato e ciò che si frappone tra loro, che li separa e, allo stesso tempo, li mette in relazione. «Eros risiede nel mezzo» (A. Carson, Eros il dolceamaro, p. 131), ci dice l'autrice. Questo spazio è la matrice del desiderio – è proprio l'abisso della mancanza a diventare musa e motore. Desideriamo qualcosa che non abbiamo raggiunto, o non pienamente, e questo ci mette in movimento: è la distanza, l'impossibilità di una coincidenza perfetta, a mantenere viva la tensione verso l'altro.
Qui, in questo spazio da colmare, in questo vuoto generativo, l'erotico si interseca con il conoscitivo. Anche conoscere significa protendersi verso ciò che ancora non sappiamo. La verità è che amiamo questo abisso. C'è una sensazione di concitato entusiasmo, un friccicore mentale, che mi prende quando cerco di imparare qualcosa che mi interessa, quando scopro qualcosa che ignoravo. E c'è una profonda familiarità, un'intima soddisfazione, come una fame frenetica, che dura solo per il tempo in cui l'oggetto di conoscenza è ancora novità, finché ancora mi sfugge e io lo rincorro, cerco di afferrarlo mentre il suo segreto continua a sfuggirmi dalle mani. Questa è anche la condanna del linguaggio, quella della perpetua approssimazione. L'ingordigia umana non potrà essere saziata, perché le parole non potranno mai coincidere pienamente con il significato, né aderire del tutto alla realtà che cercano di nominare. Ancora una volta, questa impossibilità mantiene vivo, attraverso il logos, il movimento della ricerca.
Se la distanza è intrinseca al desiderio, la facoltà che mette in moto lo spostamento da un polo all'altro è quella che tenta di costruire una forma dalla mancanza informe. Carson riprende la phantasía aristotelica, noi possiamo parlare di immaginazione, cioè la facoltà attraverso cui ciò che è assente, o ancora inesistente, può prendere forma nella nostra mente come qualcosa verso cui tendere. Tanto nell'esperienza erotica quanto in quella conoscitiva, lo sforzo immaginativo ci permette di intravedere possibilità che eccedono i confini del reale. «Quando la mente si protende per conoscere lo spazio del desiderio, si schiude e ne sgorga un'invenzione» (p. 199).
Mi fa sorridere il pensiero che sì, è necessaria un'apologia dell'immaginazione. Oggi sembra che non ci sia spazio per la fantasia, sembra che le si debba fare posto sgomitando con energia, dando qualche spallata qua e là. Ma bisogna continuare a farlo. È fondamentale la rivendicazione del diritto all'immaginazione che ci preserva dall'immobilità, in risposta a una realtà che ci spinge ad avanzare solo per abitudine o per inerzia. L'autrice ci incita a difenderci da questa condanna a morte, perché solo il movimento è vita, e lo fa immaginando una "città senza desiderio":
«Immaginiamo una città senza desiderio. Supponiamo per il momento che gli abitanti di quella città continuino a mangiare, bere e procreare in maniera meccanica. La loro vita è tuttavia piatta. Non formulano teorie, non fanno girare le trottole, né parlano in maniera figurata. Pochi pensano di scansare il dolore; nessuno dona. Seppelliscono i loro morti e si dimenticano dove. Zenone si ritrova sindaco, si mette al lavoro e chiede di incidere il codice delle leggi su pagine di bronzo. Ogni tanto un uomo e una donna si sposano e vivono felici, come viandanti che si incontrino per caso in una locanda; la notte si addormentano, sognano lo stesso sogno – quello in cui guardano il fuoco avanzare lungo la corda che li lega – ma al mattino è improbabile che lo ricordino. L'arte del racconto è ampiamente trascurata.»
Anne Carson, Eros il dolceamaro, p. 195.