"L’esistenza dell’antropologia è la dimostrazione che essere uomini e conoscere se stessi non coincidono del tutto: non basta essere uomini per sapere chi noi siamo; noi siamo uomini, ma l’essere uomini non dà luogo a una conoscenza immediata di noi stessi."
Cominciamo...

Con queste parole si apre Prima lezione di antropologia, la breve introduzione alla materia scritta da Francesco Remotti, antropologo e docente di antropologia culturale all’Università di Torino. Ho scelto di inaugurare questo spazio partendo proprio da qui, perché la frase punta al paradosso: siamo esseri umani, viviamo la condizione umana dall’interno, eppure non sappiamo spontaneamente che cosa significhi esserlo. Esistere e conoscersi sono due cose distinte.
A ognuno di noi è capitato, almeno una volta, di restare attoniti davanti a un luogo in cui le cose funzionano diversamente. Prendiamo il traffico. Per chi è nato e cresciuto in Italia sembra naturale, quasi scontato, tenere la destra e percorrere le rotatorie in senso antiorario. Ma basta una passeggiata a Londra per concludere che lì sono tutti matti: guidano al contrario! Un gruppo di amiche di Liverpool in visita a Firenze penserebbe esattamente lo stesso di noi, a parti inverse.
Altro esempio. Per molti italiani chiedere un cappuccino dopo cena è un’eresia; per un turista straniero, invece, è una richiesta qualunque. Vivere immersi in una certa realtà, rende difficile accorgersi che il proprio è uno dei modi possibili e non l'unico. Lo sguardo esterno è molto importante per conoscerci davvero, perché permette di realizzare che la nostra è una delle realtà, parziale e circostanziata, fra le tante possibili.
Ma quindi cos'è l’antropologia?

Dal greco ἄνθρωπος, "essere umano", e λόγος, "studio, scienza": uno studio sull’essere umano. Ma di studi o scienze che si occupano di esseri umani, ne esistono in abbondanza. Lo studiano la biologia e la medicina, la psicologia, la sociologia, la storia, la linguistica, la filosofia, il diritto e altri ancora; ciascuna indaga specifici aspetti umani e lo fa con i propri strumenti.
Prendiamo la rabbia. La psicologia indaga i processi mentali che portano a sperimentarla, la medicina il ruolo giocato dagli ormoni in essa, la sociologia il modo in cui si risolvono i conflitti su scala sociale. Nel campo di queste discipline ogni verità resta valida fino a prova contraria, ovvero fino a che non si trova una verità migliore che la sostituisce o la circoscrive. L'antropologia, invece, si pone su una prospettiva altra e si domanda: che cosa conta come offesa? Chi può arrabbiarsi con chi? Come si manifesta la rabbia e come si ricompone la frattura? La stessa emozione cambia significato da un contesto all’altro, perché la particella fondamentale di ogni ricerca antropologica è il sostrato culturale nel quale l'indagine si compie. Non esiste una verità antropologica in senso stretto. Moltitudini di verità si trovano a coesistere, ciascuna valida per il proprio contesto d'appartenenza. Ogni cultura è vera, perché condivisa da coloro che la vivono, mentre chi è esterno ad essa percepisce la differenza.
Una cultura, a dire il vero, non è né vera né falsa, ma è un complesso di significati con una propria coerenza interna. Ogni pratica ha senso se letta sulla base del proprio quadro interpretativo, che è comparabile con gli altri, ma non giudicabile da chi resta fuori. Chi è esterno ad una cultura non può decidere se sia giusta o sbagliata, perché non può capirla. Ecco a cosa serve lo sguardo da fuori: vedendo la differenza e ragionando sulla base di questa si comincia a capire, perché per gli altri abbia senso.
Lo sguardo antropologico è contraddistinto da tre caratteristiche fondamentali. La comparazione: le società non si studiano isolate, ma attraverso il confronto reciproco. Lo sguardo d’insieme: parentela, economia, religione, politica e vita quotidiana non sono compartimenti separati, ma aspetti di un unico mondo di significati. Infine il lavoro sul campo: l'antropologo entra direttamente dentro la cultura che studia, osservando e partecipando alla vita delle persone, pur sempre con distacco.
Viene da chiedersi a cosa possa servire tutto questo. La risposta è nella frase di Remotti. Non possiamo conoscerci guardando dall’interno, perché la cultura in cui siamo cresciuti ci apparirà sempre naturale. Come scrisse l'antropologa americana Ruth Benedict, nessuno guarda il mondo con "occhi vergini", perché tutti lo vedono filtrato da costumi, istituzioni e modi di pensare, che hanno assorbito senza esserne consapevoli. Per capire chi siamo abbiamo bisogno dell’altro; un altro modo di essere umani, che ci consenta di specchiarci e di scrutare anche dentro di noi. Non basta essere uomini per sapere chi noi siamo.
Cultura?

La cultura è il concetto su cui si fonda l’antropologia culturale. Ma attenzione alla parola. Nel linguaggio comune indica istruzione, libri, musei; insomma, la persona colta. In antropologia, però, questa semplice parola ha un significato molto più ampio e plurale. Nel 1871 l'antropologo britannico Edward Burnett Tylor espresse la sua definizione di cultura: quell’insieme complesso che comprende conoscenze, credenze, arte, morale, diritto, costumi e ogni altra capacità e abitudine che l’uomo acquisisce in quanto membro di una società. Nonostante quella di Tylor sia una versione antiquata, ci è utile per fare luce su un aspetto centrale della cultura: gli esseri umani acquisiscono la cultura. Non sono i geni a trasmettere il contenuto di una cultura, perché lo apprendiamo dalla società in cui nasciamo e cresciamo.
Definire la cultura con precisione resta difficile impresa, nonostante nel corso dei secoli svariati furono i tentativi. Pensate che nel 1952 gli antropologi Alfred Kroeber e Clyde Kluckhohn pubblicarono "Culture: A Critical Review of Concepts and Definitions", in cui raccolsero ben 164 diverse definizioni! Si preferisce, infatti, parlare, non di Cultura in senso generale, bensì di culture al plurale, perché le società umane sono molte e diverse.
Vediamo l'esempio della lingua. La capacità di parlare appartiene a tutta la nostra specie e, anche se ci sono caratteristiche comuni, non esiste una lingua umana universale, ma un'amplissima varietà di lingue: parliamo l'italiano, il francese, l'inglese, il fārsī, il mandarino. Di conseguenza non c’è alcuna ragione naturale per cui l’animale che abbaia si chiami "cane" e non dog, chien, sag o gǒu. Il linguista svizzero Ferdinand de Saussure lo chiamò arbitrarietà del segno: un suono significa qualcosa perché una comunità lo ha convenzionalmente associato a quel significato e perché noi l’abbiamo imparato fin da piccoli. In formula: La facoltà è naturale, le sue forme sono culturali.
Perché ne abbiamo tanto bisogno?

Scomodiamo Darwin per un momento. La teoria dell’evoluzione per selezione naturale afferma che, all’interno di una popolazione, gli individui differiscono tra loro per alcuni tratti e che l’ambiente favorisce la sopravvivenza di quelli che risultano i tratti più adatti. Non c’è un progetto, né un obiettivo.
L’essere umano, però, resta un caso singolare. Il neonato umano è tra i più immaturi e dipendenti dell’intero regno animale: senza essere accudito per i primi anni della sua vita non sopravvivrebbe. Egli è stato definito come un essere biologicamente carente, incompleto. Verrebbe da chiedersi, allora, come abbiano fatto creature non particolarmente forti, né veloci, né dotate di artigli a diffondersi in quasi ogni ambiente del pianeta.
È presto detto! Con strumenti, fuoco, cooperazione, linguaggio, ma soprattutto grazie alla trasmissione di conoscenze intergenerazionali: insomma la cultura. Essa è un ingrediente fondamentale dell'evoluzione umana. Uomo e cultura si sono formati insieme. Bisogna precisare, però, che anche altri animali hanno forme di tradizione, ma solo la nostra cultura è simbolica e cumulativa. Ad ogni strato lasciato dalla precedente generazione, la successiva ne aggiunge altri.
Ritengo opportuno dedicare qualche parola circa l'elemento che più contraddistingue questa disciplina: il metodo. Il celebre antropologo Bronisław Malinowski, durante la Prima guerra mondiale, trascorse un lungo periodo nelle isole Trobriand, dove convisse con gli abitanti dell'arcipelago. In questa esperienza mise in pratica un nuovo tipo di approccio, destinato a diventare determinante. Venne chiamato osservazione partecipante, anche se non fu lui stesso a coniare l'espressione. Nel compiere i suoi studi egli non solo osservò la loro vita quotidiana, apprendendone le forme, ma partecipò direttamente al mondo di significati dei trobriandesi, in un certo senso fondendosi al corpo sociale della popolazione indigena; è doveroso precisare, però, che tale metodo fu reso possibile anche dal contesto coloniale dell'epoca. Nel 1922 pubblicò Argonauti del Pacifico occidentale, in cui indicava lo scopo del ricercatore, ovvero cogliere il punto di vista del "nativo".
L’antropologo, tuttavia, non scompare nel gruppo che studia: deve entrare per sapere, ma restare abbastanza fuori per riuscire a vedere e raccontare. Chi si lascia assorbire del tutto smette di fare ricerca. Questo rischio ha un nome: going native, ovvero quando il ricercatore perde il proprio distacco critico e la propria oggettività scientifica, identificandosi totalmente con la comunità che sta studiando.
Fare esperienza dell'altro, del diverso, conduce il ricercatore a sperimentare il cosiddetto shock culturale. Ciò si verifica quando la propria visione del mondo si scontra con quella altrui, momento in cui la persona vive una vera e propria frattura interna, dalla quale uscirà cambiato. Ma questa frattura è un bene prezioso, anzi preziosissimo. Essa consente allo sguardo che ha conosciuto una realtà altra di oltrepassare i veli della propria cultura; permette di scovare le sue stesse forme, altrimenti invisibili. Dunque, fare esperienza dell'altro, non è solo pratica di studio, ma è soprattutto arricchimento e consapevolezza della verità altrui. Esperire la differenza: conoscere ciò che unisce e ciò che rende diversi, è tanto importante, quanto inevitabile, se si vuole comprendere davvero anche il proprio di mondo.
In conclusione. Siamo partiti da una frase: essere uomini non basta per sapere chi siamo. Così, l’antropologia ci propone una via per sapere: passare dagli altri. Guardare da fuori ci permette di vedere il nostro come uno dei mondi possibili, e non più come l’unico. Ogni cultura è un modo di essere umani, perciò degna di esistere.
Nel prossimo articolo avrei piacere di raccontarvi come si è evoluta nei secoli l'idea di cultura: dalle teorie dell’Ottocento, intrecciate con il colonialismo, alle critiche e ai dibattiti contemporanei, in cui la disciplina, uscita dalle maglie dei governi, continua a interrogarsi su se stessa. Questo e altro ancora, perché, insieme, tutti possiamo guardare e conoscere il mondo antropologicaMENTE.