La carta igienica nei bagni della scuola serve, e il fatto che debba ancora comparire tra le rivendicazioni degli studenti dovrebbe procurarci un certo imbarazzo. Eppure, fermarsi lì significa perdere una parte decisiva del discorso.

La scorsa settimana, mentre in tutta Italia si svolgevano manifestazioni e occupazioni, ho ascoltato in classe le opinioni dei miei studenti liceali. Ne ho ricavato una sensazione precisa: nelle loro parole torna la difficoltà di riconoscere un progetto, un'idea di futuro nelle classi che frequentano. A cosa serve quello che facciamo ogni mattina? Quale vita ci stiamo preparando a vivere? Perché l’esperienza scolastica può cambiare tanto passando da una classe all’altra? Le tre richieste che ho riconosciuto riguardano queste domande. Le restituisco con le mie parole, con qualche correzione di sintassi e grammatica da buon prof di lettere, senza pretendere di parlare a nome di tutti loro, ovviamente.

La prima richiesta è che noi adulti smettiamo di rassegnarci a un futuro inevitabilmente infelice. Quando gli studenti collegano la scuola alla guerra e alla spesa militare, stanno discutendo di una gerarchia delle priorità che li riguarda direttamente. Le ultime leggi di bilancio hanno previsto progressivi tagli agli organici della scuola, mentre i paesi della NATO, tra cui l'Italia, hanno assunto nuovi impegni di aumento della spesa per la difesa e la sicurezza. Il rapporto che vedono tra queste scelte è politico: infatti, descrive quali obiettivi noi "adulti"siamo disposti a sostenere nel tempo e per quali chiediamo invece continui adattamenti, ovvero tagli alla spesa.

A scuola insegniamo che la pace va costruita, che la conoscenza rende liberi, che la partecipazione migliora la società. Ma se poi le nostre scelte vanno nella direzione opposta? La denatalità, per esempio, potrebbe diventare l’occasione per lavorare con classi meno numerose, seguire meglio chi è in difficoltà e dare spazio a una didattica più partecipata. Se, al contrario, si traduce soprattutto nella possibilità di ridurre il personale, la promessa educativa perde credibilità. Insomma, gli studenti ci chiedono coerenza.

La seconda richiesta è arrivare preparati al mondo del lavoro, consapevoli di come funziona e dei propri diritti e doveri. Nel dibattito pubblico ragioniamo spesso come se dopo la maturità ci fosse per tutti l’università, seguita da qualche anno per capire cosa fare. Invece esistono anche gli istituti tecnici e professionali, e anche ragazzi che a diciannove anni cercheranno uno stipendio, magari necessario già al bilancio familiare. Per loro il futuro di cui parliamo è molto vicino. Ha la forma di un colloquio, di un contratto da capire, di un orario da accettare, della possibilità concreta di andare a vivere per conto proprio. Prendere sul serio questa prospettiva significa ripensare anche il rapporto tra scuola e lavoro, non solo attraverso la cosiddetta «alternanza», ma anche attraverso investimenti mirati a sostenere i giovani lavoratori. Anche la cultura generale serve a questo (a proposito di chi continua a ridurre le ore di italiano e filosofia). Serve a trovare parole per ciò che accade, a immaginare alternative, a partecipare alle decisioni.

La terza richiesta riguarda noi insegnanti: ricevere una buona formazione senza dover sperare di capitare nella classe giusta. I ragazzi percepiscono i dislivelli nella preparazione didattica dei docenti, anche quando li raccontano attraverso episodi personali. Nelle loro osservazioni riconosco il bisogno di trovare adulti capaci di spiegare, motivare una valutazione e accorgersi di una difficoltà. Certo, è difficile plasmare l'insegnante "perfetto", ma su questo, come categoria, abbiamo una responsabilità che dovremmo riuscire a mettere al centro del dibattito senza sentirci immediatamente sotto accusa. Il problema riguarda anche la crisi del sistema di reclutamento. Il precariato è una piaga che compromette la continuità didattica; i concorsi a crocette non bastano a riconoscere la qualità di un futuro insegnante; e soprattutto, tra obblighi e rischi, questo mestiere rischia di diventare sempre meno appetibile per i neolaureati, in particolare per chi può scegliere tra diverse opportunità professionali, come accade in molti settori STEM. Il corpo docente italiano è già tra i più anziani dell’Unione europea. Senza un ricambio adeguato, accompagnato da una formazione seria e da condizioni di lavoro dignitose, rischiamo che alla mancanza di continuità si aggiunga un impoverimento della qualità dell’insegnamento.

Queste tre richieste, per come le ho ascoltate, contengono una visione precisa della scuola: un luogo in cui imparare abbia un rapporto riconoscibile con la propria vita e con la società. Tocca agli adulti rispondere, anche quando una richiesta è difficile da realizzare o una critica ci sembra ingiusta, spiegando le ragioni e assumendosi la responsabilità delle scelte.

Io, facendoli parlare, ho capito meglio quanto sia facile chiedere partecipazione e poi lasciare tutto com’è. E se anche questa volta, dopo averli ascoltati, torneremo alle nostre abitudini senza discutere nulla, avremo insegnato loro qualcosa di ben preciso: le loro richieste non valgono niente. E allora torneremo anche a parlare soltanto di «quattro violenti».