Quante volte hai riguardato Harry Potter conoscendo ogni battuta a memoria? Basta una sera d'inverno, una coperta e le prime note del tema di Edvige, e per due ore si torna a Hogwarts. Ora HBO ci chiede di tornarci con una serie, con altri volti e un'altra colonna sonora, e la domanda è inevitabile: se Harry Potter non è mai morto, per chi lo rifanno?
Per noi Millennial, in effetti, non è mai morto: sono passati anni, ma resta uno dei nostri simboli generazionali, tra rewatch rituali e maratone natalizie. Una passione che a qualcuno sembra eccessiva: a metterla in discussione è stata anche Miriam Margolyes, la professoressa Sprite dei film, che ha espresso preoccupazione per il legame che tanti adulti mantengono con la saga, ricordando come si tratti, in fondo, di una storia per bambini. Ma è proprio da bambini che noi l'abbiamo incontrata, ed è per questo che ci è rimasta addosso. Per una parte della Gen Z, che quell'incontro non l'ha avuto, il mondo magico è invece quasi un territorio inesplorato: ci sono giovani che non hanno mai visto nemmeno uno dei film.
Se anche tu pensi che la nuova serie non abbia senso, perché abbiamo già i film, questo articolo è per te. Su una cosa ti do ragione: per noi Millennial la serie non sarà mai quello che sono stati i film. Ma è proprio per questo che non è a noi che deve parlare, e ti spiego perché partendo da ciò che ci lega davvero a questa storia.
quella volta che ho odiato Miriam Margolyes
Non è il contenuto, è il legame
Che cosa tiene ancora legati milioni di adulti a una saga per ragazzi? Perché, a quasi trent'anni dal primo libro, continuiamo a emozionarci per una storia che conosciamo a memoria? La risposta è la nostalgia.
È lo stesso meccanismo che ci spinge a riguardare per l'ennesima volta una serie che conosciamo a memoria, o che ci fa emozionare quando, dopo anni, risentiamo una canzone legata a un periodo preciso della nostra vita. Non è il contenuto a sorprenderci, perché lo conosciamo più che bene: è il legame che abbiamo costruito con esso. La nostalgia per come la intendo io in questo articolo non è solo ricordare qualcosa che ci è piaciuto. È ritrovare, attraverso un'immagine, una melodia o una scena, una parte della persona che eravamo quando l'abbiamo incontrato per la prima volta.
Rivedere La camera dei segreti può voler dire ricordare quella volta in cui non si riuscì a entrare al cinema perché il film era vietato ai minori di 14 anni. Rivedere Il calice di fuoco può significare rivivere il momento in cui abbiamo visto Harry e Ron alle prese con l'adolescenza (oltre che con un taglio di capelli un po' assurdo) e ci siamo resi conto che stavamo crescendo insieme a loro. Non basta riproporre gli stessi personaggi e gli stessi avvenimenti: la musica, le immagini, le voci e i piccoli dettagli ricostruiscono quell'esperienza emotiva, e senza di essi il legame non si riaccende.
È lo stesso motivo per cui i live-action dei classici d'animazione, dividono così tanto. Quando una storia che conosciamo viene rifatta ci aspettiamo di ritrovare qualcosa di familiare: la battuta che sapevamo a memoria, il personaggio com'era, la scena nel punto giusto. Non significa che ogni remake sia peggiore dell'originale, né che ogni critica sia puro attaccamento al passato. Significa che non stiamo giudicando soltanto un film: stiamo misurando quanto si confronta con qualcosa a cui siamo affezionati.
Me ne sono accorta dalla colonna sonora
Mi è successo con la serie: ho capito quanto pesano questi dettagli quando ho saputo che avrebbe avuto una nuova musica. Se c'è un elemento capace di riportarmi a Hogwarts ancora prima di vedere il castello o riconoscere un personaggio, è proprio quella. Le composizioni di John Williams, a partire dall'iconico tema di Edvige, sono inseparabili dall'immaginario della saga, e negli anni successivi anche Patrick Doyle, Nicholas Hooper e Alexandre Desplat hanno contribuito a costruirne l'identità musicale.
Per la serie, invece, la colonna sonora è stata affidata a Hans Zimmer e al collettivo Bleeding Fingers Music. Un nome tutt'altro che casuale: Zimmer ha firmato musiche che hanno segnato il cinema contemporaneo, da Il re leone a Il gladiatore, passando per Pirati dei Caraibi e Il cavaliere oscuro. Un compositore che non ha certo bisogno di dimostrare di saper creare melodie memorabili. Eppure l'idea che Harry Potter possa essere associato a una melodia diversa da quell'inconfondibile turu turu turururuuuu mi ha spiazzata.
Perché, Warner Bros., perché mi fai questo?
Una nuova colonna sonora non è necessariamente una scelta sbagliata: potrebbe dare alla serie una personalità autonoma. Ma la mia reazione mi ha fatto capire che la nostalgia non si replica, e che per chi è cresciuto con i film è difficile separare la storia dall'esperienza che l'ha accompagnata. Se l'obiettivo della serie fosse farci rivivere la prima visione, riproporre gli stessi film, come già fa Mediaset ogni anno, sarebbe molto più efficace che ricominciare da capo.
È qui che la domanda iniziale cambia risposta. Chi dice "abbiamo già i film" ha ragione, se pensa a noi: la serie non è fatta per rifarci provare quello che abbiamo provato. Dovrà trovare il proprio posto accanto ai film, non al loro posto.
Quello che può darci comunque
Non sarà mai per noi quello che sono stati i film, ma qualcosa può comunque darcelo. Gli adattamenti cinematografici hanno dovuto condensare centinaia di pagine in otto film, e questo ha comportato tagli e semplificazioni: il passato di Voldemort, la famiglia Gaunt, il ruolo di Dobby, il C.R.E.P.A., l'associazione per i diritti degli elfi domestici creata da Hermione, la Ginny dei libri, un personaggio di cui Harry non poteva non innamorarsi, ben lontano dalla gatta morta dei film. L'obiettivo dichiarato della serie è adattare fedelmente i libri, sfruttando il formato televisivo per recuperare ciò che i film non hanno potuto raccontare. Non perché i film abbiano fallito, ma perché una storia in più stagioni impone compromessi diversi.
Allora per chi è?
Se non serve a farci rivivere la prima visione, a chi serve? A tre pubblici che i film, per ragioni diverse, non hanno mai raggiunto del tutto.
Il primo è quello dei figli dei Millennial. Di questa fetta faccio un po' fatica a parlare: mi sento un'eterna Peter Pan che non riesce a pensare che i propri coetanei abbiano già figli. Eppure ci sono anche queste nuove generazioni, che possono scoprire Harry Potter attraverso un nuovo adattamento e viverlo come l'abbiamo vissuto noi, crescendo con il protagonista. Non c'è regalo più naturale, per un fan, che far conoscere la saga ai propri figli. Per questo i colori freddi del trailer, che secondo YouTuber come Caleel dimostrerebbero un prodotto pensato per gli adulti, non mi convincono: per una saga così, non c'è pubblico più naturale dei bambini che la scoprono per la prima volta.
Il secondo è quello di chi non ha mai letto i libri, ma è cresciuto con i film e vuole scoprire la storia per intero. Qui potrei parlare per ore: su questo pubblico ho costruito l'intera strategia della mia pagina Instagram. Da sempre questa fetta di fan viene bistrattata da chi ha letto i libri e la considera «non autentica», come se non avesse diritto di parlare di Harry Potter.
Piuttosto che partire con la solita filippica, dico una cosa che su Instagram non ho mai detto. Se ciò che ci lega a Harry Potter non è il potenziale narrativo ma le esperienze, perché chi ci è arrivato attraverso i film dovrebbe essere un fan di serie B? Il suo legame con la saga è reale quanto quello di chi ha letto i libri, costruito semplicemente su un altro canale. Ma proprio perché è legato ai film come noi, nemmeno lui rivivrà con la serie ciò che ha vissuto con loro: quello che può avere è altro, la storia per intero. Per questo pubblico la serie, fedele ai libri, è anche una rivincita: la possibilità di arrivare con le stesse informazioni sul mondo magico di chi li ha sempre guardati dall'alto in basso.
Il terzo è la Gen Z. La Gen Z non è più una generazione di ragazzini: una parte dei suoi membri ha oggi tra i venti e i (quasi) trent'anni e non è cresciuta con Harry Potter semplicemente perché la saga non ha fatto parte della sua infanzia. Chi non ha vissuto l'attesa dei film non potrà recuperare quella stessa esperienza, e non è questo che la serie può offrirgli. Ma la serie televisiva è un prodotto diverso dai film, e spesso non siamo noi a scegliere ciò che diventerà parte della nostra vita: sono i fenomeni culturali a raggiungerci. Se la serie avrà successo e tutti inizieranno a parlarne, sarà difficile ignorarla. Tra discussioni sui social, teorie, meme e conversazioni con gli amici, Harry Potter potrebbe arrivare anche a chi non aveva mai avuto interesse a guardarlo.
E quindi?
Forse, quindi, non dobbiamo chiederci se la serie ci farà provare la stessa nostalgia: non sarà così, e non deve esserlo. La domanda è se riuscirà a far nascere un legame diverso, in chi non ha mai avuto il nostro, capace di durare anche oltre il successo del momento. Chi torna a Hogwarts per nostalgia, chi vuole finalmente vedere sullo schermo ciò che ha letto e chi vuole solo capire perché ne parlano tutti: non hanno bisogno di partire dallo stesso punto.
E sì, lo so: nella Hogwarts di HBO si litiga ancora prima di entrare. C'è il Piton interpretato da un attore nero: per qualcuno ci sta, perché oggi un attore nero in un ruolo principale è la normalità; per qualcun altro non va bene, perché non rispetta la descrizione dei libri; e per qualcun altro ancora (eccomi) non ci sta perché cambierebbe il senso di Harry Potter. E ci sono i boicottatori, quelli che non perdonano la Rowling e nella Hogwarts di HBO non metteranno piede per non finanziarla. Non vivo fuori dal mondo, e ne parleremo prima o poi; per ora mi basta notare che se la saga fa ancora litigare così tanto, il legame è tutt'altro che finito.
Quanto a me, continuerò a emozionarmi alle prime note del tema di Edvige, e probabilmente avrò qualcosa da ridire anche sulla nuova serie. Ma se riuscirà a far appassionare a Harry Potter persone che per vari motivi non hanno letto i libri o guardato i film, forse avrà trovato una ragione valida per esistere, al di là della nostalgia di chi c'era già.