Due dati. Così. A freddo.

Secondo un rapporto OCSE nel 2006 la percentuale di ragazzi e ragazze tra i 16 e i 24 anni che si incontravano di persona quotidianamente era il 53%. Nel 2022 appena il 36%.

Secondo il Rapporto PODCASTLE dell'Ast di Macerata, nel 2025 quasi l'80% dei giovani tra i 15 e i 19 anni non hanno mai partecipato ad attività legate all'associazionismo o al volontariato.

Vorrei partire insieme da qui per condurvi in un ragionamento che, mi rendo conto da solo, sarà articolato. Da questi dati è evidente come ci sia un problema: le relazioni sociali, fisiche direi, stanno sempre di più diminuendo e con esse anche la partecipazione alle forme di socialità più tradizionali.

Il punto però è un altro. Cerco di spiegarlo tramite il mercato e le poche competenze che mi porto appresso dall'esame di economia politica. L'equilibrio di mercato si crea nel punto di incontro tra domanda e offerta. Ecco quando la domanda c'è e l'offerta manca si crea una parte di mercato potenziale inesplorato in cui non ci guadagna nessuno, né il consumatore perché insoddisfatto, né il produttore perché non esistente. Proviamo quindi a usare questa metafora (per quanto possibile) per arrivare ad una mia personalissima conclusione: non è vero che la mia generazione o quella dopo la mia non vuole fare niente o non crede nel valore della socialità; il tema è che forse non ci sono le opportunità per fare tutto ciò. Noi siamo una domanda che non ha offerta o forse quell'offerta ce la stiamo, piano piano, costruendo da soli.

Negli ultimi due anni infatti nella mia città sono nate molte realtà sociali. Gruppi, associazioni, collettivi e iniziative che, con modalità e obiettivi diversi, provano a creare occasioni di incontro, promuovere attività e coinvolgere le persone.

E io, davanti a tutto ciò, ho solo una domanda: se costruissimo una rete capace di far incontrare le realtà esistenti, favorire collaborazioni e dare vita a nuove opportunità? Se provassimo a mettere a fattore comune l'esperienza, la voglia di fare, conservando certo le proprie identità, ma con l'obbiettivo di costruire qualcosa di nuovo? di più grande?

Questa domanda è stata alla base di un esperimento che abbiamo provato a condurre la mattina di sabato 10 ottobre.

Quattro realtà sociali giovanili: Civitanova Social Hub, Swappemo, Silent Reading Party e poi questo giornale, il Kukà Magazine. Sul tavolo patatine, acqua e bicchieri e un documento da cui partire, in cui si mette a fuoco l'esigenza di partenza: ognuno di noi, nelle nostre esperienze e storie, si è reso conto della necessità di una rete sociale, un modo di connettersi agli altri e creare nuove opportunità di incontro.

Non si tratta di mettere da parte le singole identità o storie, anzi proprio quelle storie sono una risorsa per un progetto più ampio.
Ogni singola iniziativa, che sia un evento culturale o sportivo o un progetto editoriale, può rispondere a più bisogni; tutte insieme però concorrono a rendere più attiva e viva questa città.

C'è però un altro aspetto che è emerso forte dal confronto: non basta conoscersi, non basta collaborare, servono spazi fisici di incontro e confronto.
Uno spazio che non appartenga a una singola realtà, ma che possa diventare una risorsa a disposizione di chiunque voglia mettersi in gioco.
Proprio per ritrovare quegli spazi di socialità, quelle occasioni di incontro e di scambio che non solo rendono forte e coesa una comunità, ma aiutano allo sviluppo delle nostre singole personalità.
Come dicevo in apertura, forse quell'offerta che domandiamo ce la stiamo costruendo da soli.

È un percorso lungo e l'incontro del 10 ottobre non ha prodotto soluzioni definitive, né pretendeva di farlo. È stato, prima di tutto, un tentativo di capire se esperienze diverse potessero riconoscersi in un bisogno comune e iniziare a lavorare insieme.

Anche perché, non dobbiamo inventare tutto da zero.

Vale la pena infatti osservare quello che succede attorno a noi, fenomeni e episodi di inclusione delle nuove generazioni all'interno della vita cittadina da cui prendere spunto e capire quali possono essere gli strumenti più adatti per il nostro contesto.

Nel marchigiano ci sono almeno due esperienze che dobbiamo considerare.
Ad Ascoli Piceno la Bottega del Terzo Settore rappresenta un luogo di incontro tra organizzazioni e associazioni, mentre il riconoscimento Città Italiana della Gioventù 2026 dimostra come sia possibile costruire una progettualità cittadina più ampia e inclusiva che ponga al centro la mia generazione.
A Montecosaro invece i giovani hanno un Forum loro dedicato e uno spazio, "Il Binario" in cui si incontrano, parlano, costruiscono e organizzano iniziative sociali.

Ci sono però anche esperimenti extra regionali da poter citare.
Una su tutte: Parma, diventata Capitale Europea dei Giovani 2027 grazie ad una collaborazione stabile tra l'amministrazione comunale e il tessuto giovanile vivo e dinamico.

Ho citato tre città, che hanno numeri molto diversi, che hanno posizioni molto diverse e, per chi fosse scrupoloso, che sono governate da colori politici diversi.
Non è quindi un tema di ideologia politica, non è un tema di quante persone ci sono in quel Comune e nemmeno di quanti soldi siano a disposizione.

Il tema è puntare, tutti insieme, sulla nuova generazione. 
Scommettere su noi giovani non come destinatari di iniziative ma come protagonisti delle stesse. 

Servono ascolto, spazi, strumenti, opportunità e persone disposte a mettersi in gioco. Serve mettere in relazione chi già è attivo e stimolare chi vorrebbe esserlo.
Civitanova non deve diventare come Ascoli Piceno, Montecosaro o Parma; deve trovare la propria strada, il proprio metodo per coinvolgere sistematicamente e costantemente tutti, partendo dalle sue caratteristiche e esigenze.

Forse il punto è smettere di chiedersi dove sono i giovani e iniziare a lasciare spazio vero ai giovani.
Magari non sarà subito tutto perfetto, ma è il primo passo per costruire la comunità del domani.